Verso la nuova legislatura nel segno delle riforme per la stabilità
La quindicesima legislatura repubblicana è sul punto di chiudersi a meno di un biennio dal suo inizio e lo scioglimento anticipato delle camere comporterà la chiamata alle urne del corpo elettorale per il loro rinnovo. Salvo imprevisti dell’ultima ora, si andrà al voto e poi alla formazione e all’insediamento del nuovo governo mantenendo in carica per l’ordinaria amministrazione quello attuale guidato da Romano Prodi, anche se colpito da un voto negativo sulla fiducia da parte del senato. Era già accaduto nel 1972 a Giulio Andreotti, che però fu privato del conforto parlamentare al primo passaggio: in sostanza, si trattava di un governo fin dall’inizio destinato ad essere bocciato dal parlamento e a durare per i mesi necessari a prepararne la successione dopo le elezioni generali. Per la cronaca, l’unico governo nella nostra storia recente ad essere costretto alle dimissioni a seguito di un voto espresso di sfiducia (cioè favorevole alla caduta, mentre questa volta si è votato contro la riconferma) è stato nella primavera di dieci anni fa quello anche allora presieduto dallo stesso Prodi.
Al di là di questi particolari, la sostanza è che la posizione di assoluta parità tra le due camere e la precarietà ed ora mancanza di un sostegno maggioritario in una di esse, precisamente il senato, ha reso già dalle prime battute difficile la vita dell’esecutivo, peraltro diviso al proprio interno su molte questioni, e ne ha alla fine determinato la caduta travolgendo la legislatura. Il vizio di fondo della nostra situazione è costituito dal fatto che, a fronte della contrapposizione di due schieramenti, l’uno a destra e l’altro a sinistra, ci si deve poi confrontare con la fluidità dei meccanismi parlamentari che sono rimasti più o meno sempre gli stessi e che consentono di svolgere un ruolo determinante non solo a formazioni di piccola entità, ma persino ai singoli componenti non elettivi nella camera alta: i senatori a vita di diritto in quanto ex capi dello stato e quelli di nomina presidenziale.
Anche in Spagna ci si prepara al voto di primavera per il rinnovo delle cortes, ma lì vige un sistema che consente al premier eletto di governare con il sostegno di una stabile maggioranza. L’attuale capo del governo, José LuisZapatero, può dar conto ai suoi connazionali di quanto ha finora realizzato e di quanto intende fare se verrà riconfermato; ugualmente le forze dell’attuale opposizione, che sostenevano il premier precedente Aznar battuto nelle passate elezioni, possono esporre i propri programmi sapendo che in caso di affermazione alle elezioni saranno in grado di attuarli.
Il punto è che dovunque, in Europa come nel resto del mondo occidentale, le scadenze istituzionali seguono il ritmo fisiologico: Bush negli Usa come Zapatero in Spagna durano nella carica quattro anni e su sei anni di permanenza all’Eliseo può contare Nicolas Sarkozy come fu per tutti i suoi predecessori, a salire da Chirac fino a Mitterrand e allo stesso De Gaulle, che pure si fece promotore di rilevanti innovazioni di tipo costituzionale. La stessa cosa può dirsi per l’Inghilterra, dove il capo del partito di maggioranza assume automaticamente la guida del governo e la sostituzione nello stesso ruolo con un’altra persona comporta ne comporta l’immediato insediamento nella storica sede di Downing Street al numero dieci: è accaduto a Gordon Brown appena tre giorni dopo l’elezione a capo del Partito laburista al posto di Tony Blair la scorsa estate.
Se il quadro politico è in evoluzione, non minore rilievo assumono gli aspetti economici, in un momento in cui si avvertono segni di criticità nel mercato e soprattutto nella capacità di spesa delle famiglie. Le rilevazioni statistiche dimostrano che il reddito dei lavoratori autonomi ha beneficiato di forti incrementi, mentre quello dei lavoratori dipendenti è aumentato molto meno e si colloca attualmente tra i più bassi a livello europeo. La divisa comune è apprezzata sul dollaro, ma proprio questa ragione di cambio è sfavorevole alle nostre esportazion versogli Usa, dove è esplosa la crisi dei mutui facili e si cerca di riequilibrare la situazione attraverso la diminuzione dei tassi d’interesse, mentre le autorità centrali europee li mantengono invariati.
I dati ufficiali rilevano un recupero italiano nei conti pubblici e una specifica tendenza al riequilibrio delle nostre finanze, ma nella esperienza quotidiana aumentano i prezzi persino dei beni di prima necessità e si verifica una significativa contrazione dei consumi. I sondaggi di opinione rilevano una spiccata tendenza al pessimismo sulle nostre prospettive; questo può essere interpretato come un segno di attenzione più che di preoccupazione. Resta il fatto che la esigenza di stabilità governativa è largamente condivisa, tanto che proprio qui si riconosce il prevalente obiettivo delle riforme che dovrebbero prendere l’avvio con la nuova legislatura, cui viene già attribuita una funzione costituente. Sembra essersi finalmente ottenuta la generale consapevolezza della necessità di decidere sulle questioni fondamentali senza colpi di maggioranza come è avvenuto negli ultimi tempi. Questi sono gli intendimenti; in pratica, la verifica potrà aversi solo dopo le elezioni: se sono rose, fioriranno.
Lillo S. Bruccoleri