Diritto e carità

«Solidarietà» è parola da pronunciare con circospezione. Nel parlare comune ha perso l’originario genuino significato giuridico riferibile alle obbligazioni, cioè al rapporto tra più creditori o più debitori, per il quale una prestazione può essere richiesta da un solo creditore o adempiuta da un solo debitore con effetto su tutti gli altri. Nel linguaggio odierno non viene in prevalenza nemmeno usata nell’accezione più direttamente derivata dal diritto, cioè nel senso di condividere le responsabilità, bensì impiegata come sinonimo di fratellanza, con richiami etici e implicazioni sociali. Da ultimo poi è passata a significare una fattiva sollecitudine verso gli svantaggiati, fino ad identificarsi con l’aiutare il prossimo, ma con la sfumatura della doverosità anziché della liberalità.

In buona sostanza è venuta sostituendo la parola «carità» che, equivalendo etimologicamente ad «amore», non può essere costretta in un obbligo né morale, né giuridico, né sociale. In questo processo di trasformazione del vocabolo affiora una sorta di pudore, ingiustificabile, nell’usare il termine «carità», che in troppi stolti, letterati oppur prelati, evoca l’orribile per loro «elemosina», cioè il soccorso materiale al prossimo indigente. Ma bisogna aggiungere che ormai spiace adoperare persino il termine «beneficenza», il far del bene volontariamente. E tale impudico rifiuto della parola «elemosina», non dell’atto, è inspiegabile soprattutto quando sono gli uomini di Chiesa a rifiutarla, la parola. Infatti, come spiega il Dizionario etimologico della lingua italiana di Cortelazzo e Zolli, «elemosina» è latino ecclesiastico medievale, basato sul greco «eleemosyne» che deriva da «eleemon», misericordioso, ed «eleos», pietà. Tutto ciò che v’è di nobile nell’essere umano viene così, nel parlare, disdegnato perché in testa a tanti s’è insinuata la convinzione, una quintessenza del «politicamente corretto», che essere caritatevoli proclamandolo sia degradante per il beneficato!

La trasformazione lessicale, proprio perché obbediente al «politicamente corretto», non è affatto una semplice questione di vocabolario. Dall’antichità ricaviamo la certezza che nomina sunt consequentia rerum, i nomi derivano dalle cose per logica conseguenza. Dunque, il disuso fin quasi all’abbandono delle parole «carità» e «elemosina» e «beneficenza» evidenzia una questione politica che ha radici profonde nel cambio di mentalità e di espressione. «Fare la carità» è divenuto un comandamento da non pronunciare per non offendere chi la riceve, quasi che ne avesse il diritto. Sennonché, se la carità viene degradata a diritto, non è più carità. Diventa azione assistenziale, effettuata individualmente come dovere sociale o pubblicamente come provvedimento politico, legislativo o amministrativo. Non a caso ha preso piede, persino nelle altissime sfere, un modo sgrammaticato di esprimersi che la mentalità corrente ha tuttavia plasmato: «Fare la solidarietà». Il cambio rivela una morale superiore o rappresenta una superfetazione dell’ideologia che battezzai «dirittismo», per cui «ogni pretesto legittima la pretesa di un diritto»?

Anche come Stato, nel reclamare la solidarietà dall’Europa, l’Italia adopera furbamente questa parola, sfruttandone l’ambiguità. Le richieste di denaro dell’Italia all’Ue fanno leva ora sul concetto giuridico di solidarietà, ora sul significato religioso, ora sull’etica del politicamente corretto, ora infine sul dirittismo comunitario. La strategia impostata sull’equivoco risulta perdente, tra alleati e confederati. Ai difetti della forza, non sopperisce l’ambiguità

Pietro Di Muccio de Quattro

Dal quotidiano L’Opinione delle Libertà di giovedì 30 aprile 2020

Nella foto: Charles Michel presiede in videoconferenza il consiglio europeo

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