Gioia di vivere a Milano

Seconda fase, il 4 maggio: «toppa libera tutti». Ma qui non giochiamo a nascondino o per un certo verso tanti avranno ancora la volontà di farlo perché la paura che ci ha avvolto in questi mesi non va via solo per l’emanazione di un nuovo decreto. La bestia rimane e dovremo imparare a conviverci. Ma quando riapriranno ristoranti, bar e locali? Quando ritornerà quella joie de vivre che sta implodendo, specialmente negli animi dei più giovani, sempre più nervosi e annoiati fra le quattro mura domestiche?

Parliamo della movida milanese. Riccardo, che da ventidue anni è il titolare del Mom Café, è piuttosto sconfortato poiché, anche se si potrà riaprire a maggio, l’attività sarà improduttiva con una riduzione degli incassi del 60-70 per cento. Triste e impossibile lavorare a due metri di distanza, tra plexiglass ai tavoli con camerieri «volanti» che servono i clienti. Poi le persone che entreranno anche solo a bersi una birra saranno di meno, la gente sarà ancora impaurita e sarà obbligata a farlo con mascherina e guanti, distante da tutti.

Nino, socio titolare del Lambiczoon di Porta Romana, è della stessa opinione, più che altro perché il suo locale ha basato lo stile sull’accoglienza e l’ospitalità verso i clienti e adesso non si può trasformare in una mera e asettica vendita di prodotti. È la gente che fa il locale, non lo si può ridurre a un bancone ed un paio di tavoli in cui si siedono due persone; così non conviene nemmeno riaprire. Un’idea sarebbe rimandare tutto a settembre, ma con l’incognita di arrivarci considerando le condizioni attuali: lasciar passare l’estate e posticipare le riaperture a quando la situazione sanitaria sarà più chiara e si auspica più tranquilla.

Marco, socio titolare di un locale nella zona universitaria della Bocconi, afferma di navigare a vista, anche perché i maggiori introiti provenivano da eventi e feste di laurea: incassi che ora non esistono più e quindi la ripresa dell’attività è davvero un grande punto di domanda.

La vecchia Milano da bere con il suo benessere diffuso grida aiuto e chiarezza. Qui come altrove c’è bisogno di finanziamenti pubblici diretti e non di nuovi debiti da contrarre con le banche, oltre a una riduzione delle tasse e degli affitti.

Mara Valsania

Nella foto: la birreria artigianale Lambiczoon

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