Il viaggio nella nostra nave

Traendo spunto dal monologo finale di Novecento di Alessandro Baricco, testo usato anche per il film La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore, sopraggiungono ulteriori riflessioni sul lockdown di questo periodo storico. Lo cito testualmente.

«Tutta quella città: non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore su quella maledettissima scaletta. Era molto bello, tutto, e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema, col mio cappello blu. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino… Non è quel che vidi che mi fermò. È quel che non vidi. Puoi capirlo, fratello? È quel che non vidi. Lo cercai ma non c’era; in tutta quella sterminata città c’era tutto, ma non c’era una fine. Quel che vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo. Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere».

Ma qui non si trattava di una costrizione obbligata, bensì volontaria. Il pianista era nato e cresciuto sulla nave ed era intimorito a lasciare il suo punto fermo, il suo contesto permanente e sicuro, per vivere invece la libertà di affrontare il mondo intero. Tutto questo lo spaventava poiché ignoto: non sapeva volare e non aveva voglia di imparare a farlo. E alla fine preferì morire piuttosto che vivere abbandonando la nave.

Noi invece siamo obbligati a stare nella nostra nave, lunga dalla prua alla poppa, magari con ottantotto libri riposti dentro gli scaffali o altrettanti oggetti che non ricordavamo nemmeno più di avere. Ebbene, riscopriamoli, apriamo i cassetti reali e mentali. Non dimentichiamoci mai che seppur ogni nave ha dei confini, alcuni molto limitati, altri più ampi, noi siamo infiniti sia al suo interno che quando potremo nuovamente varcare la porta di uscita. Ognuno nella propria nave, dove non ci sarà il viavai di persone che la animano, come si scriveva in Novecento, in alcuni casi sarà solo immerso in uno sconfinato viaggio introspettivo che lo rafforzerà nel momento in cui si potrà di nuovo scendere.

Sì, perché sarà possibile: non in tempi brevi, ma rivedremo la luce, anche se appare un concetto retorico. Ma questa volta, è auspicabile, avremo appreso una nuova lezione di senso civico, di rispetto verso gli altri e di consapevolezza di valori,  quelli originari.

Mara Valsania

Nella foto: Tim Roth nei panni di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento

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