La nebbia di maggio

È finalmente arrivato il 4 maggio, giorno che decreta l’inizio della fase due, da non confondere con l’inizio della festa del Grande Gatsby nella versione cinematografica del romanzo di Francis Scott Fitzgerald con Leonardo Di Caprio. Da svariate letture sul web quello che potrebbe succedere a partire da questa data è un mix di sensazioni a livello psicologico per la provata popolazione italiana.

Sono ormai tante le persone, abituate ai nuovi ritmi lenti, monotoni ma rassicuranti che si sono costruite in questi mesi pandemici, le quali preferirebbero quasi continuare a vivere la fase uno che in regioni «rosse» come il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Trentino è stata licenziata con una pagella «appena sufficiente». Quel voto scarso che, nel secolo scorso, un professore concedeva a un allievo quando per non bocciarlo al termine dell’anno scolastico gli voleva dare un contentino che valeva una spinta a cavarsela da solo.

Specialmente gli abitanti più coinvolti è difficile abbiano questa smania di marciare disinvolti, con tutti i rischi che comporta l’imminente lancio senza paracadute: in particolare chi è costretto a ritornare alla consueta attività lavorativa, anche se in ottemperanza alla corretta applicazione dei distanziamenti sociali. Oppure coloro che sceglieranno la libertà limitata agli spostamenti per far visita ai tanto nominati «congiunti» (da non confondere con i congiuntivi): genitori, zii, cugini e via dicendo. Altri, più insicuri e timorosi, potrebbero scegliere di perpetuare la permanenza nelle loro abitazioni.

Già, proprio come fossero affetti da una sorta di sindrome di Stoccolma. Dopo tanto tempo di confinamento obbligato si diventa amici o complici del nemico, che però in questo caso non si rispecchia nel rapitore che ci ha tenuti in ostaggio per giorni e giorni su un treno o negli uffici di una banca, ma assume le sembianze di un virus invisibile ed intangibile così antitetico rispetto alla ricca fioritura del mese in corso. A incisiva e musicale testimonianza del paradosso soccorre l’incipit del testo di Fiore di maggio del cantautore Fabio Concato: «Tu che sei nata dove c’è sempre il sole – Sopra uno scoglio che ci si può tuffare – E quel sole ce l’hai dentro il cuore – Sole di primavera – Su quello scoglio in maggio è nato un fiore»

Tutto ciò è innaturale, contraddittorio e umanamente inaccettabile. A maggio non c’è mai stata la nebbia e tanto meno l’incertezza di elementi non visibili. Il quinto mese dell’anno, secondo il calendario gregoriano, è un mese primaverile, limpido, in cui la natura risorge in tutta la sua bellezza con colori vivaci da contemplare e ricco di fioriture da annusare. Deriva dal Maius dell’antico calendario romano, poiché dedicato a Maia, la dea latina dell’abbondanza e della fertilità: la grande madre terra.

A maggio i cinque sensi umani si ravvivano, le giornate sono più lunghe e più calde, raramente piove e gli uccellini si sono fatti il nido: sono liberi di volare ovunque, di posarsi sui ramoscelli, sui prati, sulla sponda di un lago e di emettere rallegranti cinguettii. Nessuno di loro preferisce rimanere in una gabbia cibandosi i pezzetti di mela rancida e le piccole foglie di insalata che gli passa il padrone insieme con il mangime. Anche l’essere umano per sua natura è libero nonostante la libertà possa ridursi a un’astrazione.

Ammoniva Eric Fromm: «L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni e le decisioni comportano rischi» .

Una semplice postilla sui rischi collettivi che comportano una responsabilizzazione civica del concetto stesso di libertà. Quando il nemico è inavvertibile come covid 19 tutte le scelte legalmente consentite per sconfiggerlo sono ammesse: continuare le proprie vite affrontando con coraggio e fiducia la sua sospettabile presenza; decidere di astenersi dal combattere, anche restando ancorati alla staticità che finora ci ha rassicurati e che può essere scambiata per inettitudine. Oppure porgergli un fiore appena sbocciato e vincerlo con la maestosa forza della natura in tutta la sua bellezza.

Mara Valsania

Nella foto: viole di primavera

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