Liberticida la riforma del senato

25 giugno 2014, 10 : 44 Stampa

Liberticida la riforma del senato

La funzione legislativa affidata alla sola camera dei deputati e la nascita del nuovo senato della repubblica, che vede la centralità delle regioni, portano allo stravolgimento della costituzione con la modifica degli equilibri a favore dell’esecutivo. E alla lesione dell’equilibrio dei poteri, cardine della costituzione. Angelo Panebianco elogia il nuovo senato sul Corriere per «la concentrazione del potere di governo, sottratto alle regioni, eliminando la dispersione avvenuta con la riforma del titolo quinto della costituzione». Ed invece si verificherà l’esatto contrario, perché le regioni, controllando il senato, solleveranno una pletora di vertenze con lo stato davanti alla corte costituzionale. In tale sistema – disse Giuliano Vassalli  ̶  si annida il pericolo di una stasi legislativa: una riforma per aumentare i conflitti. Mentre compito della democrazia è evitare i conflitti, comporli, sedarli. In realtà siamo di fronte a una riforma federale mascherata. Cosa che non ha compreso Stefano Rodotà il quale sostiene, evocando un suo disegno di legge del 1986, la esigenza del monocameralismo. Nel giudicare la bontà della riforma, dobbiamo partire dal contesto storico. In Italia abbiamo avuto per oltre un trentennio, oltre che governi guidati da politici illuminati come Aldo Moro, Mariano Rumor e altri, anche governi guidati da politici filo mafiosi, da eversori filofascisti, da piduisti, da corrotti o evasori fiscali che, nonostante la doppia lettura di camera e senato, hanno prodotto una moltitudine di leggi ad personam vergognose. Il lodo Alfano, il lodo Schifani, la legge Cirielli per salvare l’ex premier dai giusti processi, la legge Giudiceandrea, varata dal premier Andreotti e dal capo dello stato Cossiga nel febbraio del 1992, per prorogare di due anni il procuratore della repubblica di Roma e consentirgli l’archiviazione del processo su Gladio. Esemplari furono le leggi ad personam contro il giudice Giancarlo Caselli volute dal premier Silvio Berlusconi. Ricordiamo a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi quelle leggi vergogna. Berlusconi varò ben tre leggi contro Caselli, che come procuratore a Palermo aveva osato processare i politici Giulio Andreotti, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro ed altri, riconosciuti dalle corti della repubblica colpevoli di avere avuto rapporti con Cosa nostra. Bisognava fermare Caselli. Il governo Berlusconi agì, quando il giudice si candidò come capo della Dna al posto di Pier Luigi Vigna, con tre norme varate per sbarrargli la strada. Il guardasigilli leghista Castelli stabilì che per diventare capo della Dna bisognasse avere meno di sessantasei anni. Vigna sarebbe scaduto il 15 gennaio 2005. Caselli, compiendo sessantasei anni il 9 maggio 2005 , non poteva concorrere per il vertice della Dna. Il presidente Ciampi bocciò la legge Castelli. Ma il 30 dicembre 2005 il governo Berlusconi infilò nel decreto «milleproroghe» un articoletto di tre righe che prorogava Vigna fino ad agosto 2005. Alla camera, in sede di conversione, la norma passò. Un altro emendamento prevedeva l’immediata entrata in vigore dei nuovi limiti di età. Era la terza e decisiva norma ad personam contro Caselli: il Csm nominò Piero Grasso, il solo magistrato della storia repubblicana nominato da un governo, il governo Berlusconi Nel 2007 la consulta dichiarò incostituzionale la legge anti-Caselli. Ma era tardi. Questo dimostra che l’attuale riforma premia un politico che vara leggi personali e vuole asservire la magistratura e la Lega che mira alla secessione. Ma siamo contrari ai maggiori poteri al governo tramite il monocameralismo, anche perché spesso i cattivi politici ritornano. Si può dire che nella vita della repubblica la scelta dei presidenti del consiglio è di regola caduta su persone che si sono avvalse di ogni mezzo per mantenere e rafforzare il potere. Il solo baluardo contro la dittatura strisciante è stato la costituzione. Siamo convinti che con la riforma del senato, preludio del presidenzialismo invocato da Berlusconi, sarebbe inflitto il colpo di grazia a ciò che resta della democrazia. L’insieme della riforma del senato rappresenta una «fuoriuscita» dalla costituzione, ha detto Gustavo Zagrebelsky, intervistato da Repubblica. E ha chiarito che gli oppositori d’un tempo sono diventati sostenitori. Ed ha concluso che «piuttosto che farne un pasticcio, sarebbe meglio abolirlo del tutto». Dietro la riforma ci sono progetti ben precisi: di Lega e Forza Italia, che vuole asservire la magistratura. È evidente che Renzi, Berlusconi, Lega erano d’accordo su tutto, compresa la immunità frutto di un emendamento del solito Roberto Calderoli e di Anna Finocchiaro. Questi, scoperto l’imbroglio, hanno ripiegato sulla autorizzazione della consulta. In realtà i poteri del nuovo senato sono un pasticcio enorme. Eugenio Scalfari riconosce che la riforma dovrebbe essere varata dal parlamento e non dal governo, perché la competenza «spetta al potere legislativo e non all’esecutivo, il quale esegue e non può cambiare le regole». E conclude bocciando la riforma: «Un governo autoritario non lo voglio. Che il senato farebbe perdere tempo prezioso, si tratta di una totale bugia. Dai dati ufficiali dell’ufficio del senato risulta che l’approvazione d’una legge ordinaria avviene mediamente in cinquantatre giorni. La decretazione di urgenza in quarantasei giorni e le leggi finanziarie in ottantotto giorni. Non sono colpa del bicameralismo ma della burocrazia ministeriale i ritardi». Si tratta di un progetto disgregatore dello stato che abbiamo il dovere di arginare con tutte le nostre forze. Giorgio Napolitano disse a proposito del senato federale, che corrisponde a quello di oggi: «Non resta che fare appello ai cittadini perché impediscano la promulgazione di una legge di riforma sconvolgente, contraddittoria, produttrice di conflittualità e di paralisi nei rapporti con le istituzioni». Non si capisce perché abbia cambiato idea oggi, dopo che quel progetto è stato bocciato dal referendum popolare nel 2006. Le riforme da fare sono altre, in attuazione della costituzione. Che è, come diceva Calamandrei, la grande incompiuta. In primo luogo la soluzione del conflitto di interessi che investe la essenza stessa della democrazia ed è causa prima della corruzione. Altre essenziali riforme riguardano la uguaglianza dei diritti sociali, la lotta ai privilegi e un politica economica programmata che veda la sinergia tra pubblico e privato, scegliendo settori che possono trainare lo sviluppo e riguardano la economia basata sul rispetto dell’ambiente, la valorizzazione dell’immenso patrimonio artistico e paesaggistico e l’apporto alle piccole e medie imprese. (Fonte: Agenparl)

Nella foto: Ferdinando Imposimato

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