Montanelli e l’Eritrea

La recente imbrattatura della statua di Indro Montanelli, effettuata da un violento e irresponsabile gruppo di giovani antidemocratici, illiberali e poco conoscitori della storia italiana e della vita dello scrittore giornalista, lascia sgomenti e perplessi.

Montanelli è stato un grande giornalista, un ottimo divulgatore, un buono storico, che ha avvicinato alla storia con le sue pagine leggere, piacevoli e interessanti migliaia e migliaia di italiani. Alcuni libri li scrisse con la collaborazione di vari giornalisti quali Cervi e Granzotto. Celebri sono risultati i suoi «Ritratti» di personaggi italiani ed esteri. La sua libertà di pensiero, la sua opposizione al totalitarismo lo resero inviso alle Brigate rosse , che lo gambizzarono.

Egli era vissuto in Eritrea dal maggio 1935 alla tarda estate del 1936, quale giovane ufficiale del XX battaglione eritreo.

Questo interessante periodo della sua vita con gli ascari eritrei sarà sempre ricordato da Montanelli con grande nostalgia e ne troviamo traccia sulla rubrica «Lettere al direttore» nelle risposte ai lettori pubblicate sul Giornale, sul Corriere della Sera, sulla Voce.

Nel 1936, mentre ancora si trovava in Eritrea, gli era stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Panorama il libro XX battaglione eritreo. In tale testo vi sono numerose belle pagine dedicate alla natura dei luoghi e vi è una chiara dimostrazione della stima e dell’amore di Montanelli per i suoi soldati eritrei (ascari), delle grandi capacità degli ufficiali italiani di farsi stimare ed amare, della grande comprensione e solidarietà esistente tra ufficiali e ascari eritrei.

Basterebbe, a tal fine, citare quanto avviene ad un ufficiale italiano appena arrivato in Eritrea, il quale si inserisce magnificamente nella vita della compagnia e viene denominato dagli eritrei «Sassahà».

Egli è ben presto da loro ritenuto «ricco di dentro», un comandante che parla poco e ascolta molto e quando ascolta guarda fisso il cielo. Quando qualcuno deve raccontargli qualcosa della famiglia perché lo aiuti, Sassahà conosce già la cosa.

Per esempio l’ascaro Magos Alinchiel quando va a raccontargli che sua figlia Masciò era stata ripudiata da Tesfai Gaim, Muntanz del XXV, il quale non voleva pagare il dovuto alla figliola, Sassahà non solo sapeva, ma aveva parlato con Tesfai, con il suo comandante, con il commissario e già dal giudice aveva ottenuto che Tesfai pagasse a Masciò tre talleri al mese e due sacchi di dura.

Sassahà era divenuto sempre più autorevole, tanto che quando parlava con gli altri ufficiali della compagnia tutti lo stavano a sentire in silenzio e assentivano.

Sassahà in combattimento viene ferito e muore. Commovente è il cordoglio e il dolore degli ascari: «Sassahà è morto. E tutti gli ascari, tutti fuori dalle tende, piangono: Morto è Sassahà nostro padre e noi ora siamo soli come aquilotti dopo che mamma aquila è stata uccisa. Morto è Sassahà perché Dio lo volle. Morto è Sassahà che venne su una grande nave, dal mare . Più nessuno verrà , su una grande nave , dal mare che sia bello e coraggioso come Sassahà». 

Molte le pagine interessanti e belle presenti nel libro. Basterebbe ricordare quelle relative a Macallè, nella quale città per prima doveva entrare il XX battaglione e della canzoncina che circolava nelle mense degli ufficiali, sul motivo di Maria Marì: «Macallè, Macallè! Quanto suonno aggio perso pe’ tte. Oje Macallè, nun m’hai fatto nemmeno vedé…»

Il libro venne ristampato da Rizzoli nel 2010, con inidonea presentazione di Angelo De Bocca.

La lettura serena di libri relativi alla presenza italiana in Africa risulta certamente utile agli italiani.

Remo Roncati

Nella foto: un tucul eritreo

Dal quotidiano La certezza di lunedì 29 giugno 2020

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