Poteri costituenti al nuovo parlamento

3 agosto 2017, 09 : 19 Stampa

Poteri costituenti al nuovo parlamento

Ai tempi dei governi balneari – nel pieno vigore della cosiddetta prima repubblica – l’intenzione era quella di lasciar trascorrere l’estate rinviando alla ripresa il confronto per assetti più stabili. Nacquero così i due governi presieduti da Giovanni Leone il 22 giugno 1963 e il 25 giugno 1968, ai quali successero rispettivamente Aldo Moro e Mariano Rumor. Una costante per lungo tempo è stata l’attesa dell’autunno caldo, così denominandosi una stagione in cui i nodi sarebbero giunti al pettine e più forti sarebbero state le pressioni sindacali, in un clima di concertazione in cui tutti i soggetti politici avrebbero svolto ciascuno la propria parte. La novità di quest’anno è stata l’anticipazione meteorologica che impone all’intera popolazione inusitate forme di disagio acuite da una penuria idrica che colpisce persino la capitale. Nei palazzi si consumano gli ultimi atti di un confronto che appassiona i protagonisti almeno quanto se ne sentano lontane le famiglie alle prese con le difficoltà quotidiane o nei casi migliori con l’organizzazione delle vacanze. Eppure l’appuntamento è ancora una volta segnato dalle consultazioni popolari: si voterà il 5 novembre per il rinnovo dell’assemblea regionale siciliana, i cui risultati potrebbero anticipare gli orientamenti nelle elezioni generali di primavera. Considerati i tempi di svolgimento e i periodi di campagna elettorale, le relative scadenze saranno separate da pochi mesi di intervallo o meglio si snoderanno senza soluzione di continuità in quella ricerca di consensi che impegna costantemente le forze politiche. Non siamo i soli: in Germania il 24 settembre la cancelliera Angela Merkel punterà alla riconferma per il quarto mandato consecutivo, mentre il 27 Emmanuel Macron potrebbe ottenere nelle elezioni parziali di mezzo termine una solida maggioranza al senato; nello stesso giorno è fissato a Lione il vertice franco-italiano nel quale il nostro premier Paolo Gentiloni si troverà a discutere di temi scottanti come l’affaire Saint-Nazaire e le migrazioni economiche dalla Libia verso la quale i governanti e gli stessi cittadini d’oltralpe tendono ad assicurarsi una presenza più attiva: nell’uno e nell’altro caso i loro e i nostri interessi sono in netta contrapposizione, anche se una soluzione diplomatica rientra nelle comuni aspirazioni.

L’anno scorso l’attenzione veniva sollecitata sulla riforma costituzionale e sul referendum che si sarebbe celebrato il 4 dicembre con il noto rifiuto popolare che ha determinato la fine del governo Renzi e l’inizio di quello attuale. Il dibattito si orienta adesso verso i sistemi elettorali delle due camere, che dopo l’ultimo intervento della corte costituzionale non sono più incompatibili e possono valere nelle consultazioni politiche nell’attuale formulazione senza ulteriori modifiche. Su queste si stenta a trovare una intesa ed è verosimile che alla fine si procederà anche qui senza alcuna riforma. Il desiderio di razionalizzare il sistema resta confinato sul piano astratto e ormai si è perso lo slancio innovatore persino sui punti che apparivano unanimemente condivisi. Per esempio la eliminazione del consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è caduta nel vano, mentre se ce ne fosse davvero l’intenzione basterebbe una legge di sei parole: «L’articolo 99 della costituzione è soppresso». In tre mesi si avrebbe la doppia approvazione e sarebbe tolta almeno questa anomalia. Da qui alle elezioni politiche ci sarebbe tutto il tempo: se davvero si volesse, ma il fatto è che si dice ma non si vuole. Così pure ci sarebbe il tempo per porre le basi concrete di una riforma organica e ragionata della costituzione: lo stesso doppio passaggio parlamentare, per esempio, potrebbe assegnare alle camere della prossima legislatura, finalmente elette con una legge immune da censure, un potere costituente investendo per i primi due anni il parlamento in seduta comune del potere di varare a maggioranza qualificata il nuovo testo della carta fondamentale. Basterebbe un nuovo comma dell’articolo 138 o forse una semplice disposizione transitoria di livello costituzionale: è solo una ipotesi o, se si vuole, una provocazione, tra le tante possibili. Ma la questione non si pone tanto sul metodo quanto sulla sincerità degli intendimenti che ancora una volta è tutta da verificare.

Lillo S. Bruccoleri

Dal Mensile di agosto 2017

Nella foto: Giovanni Leone giura davanti al presidente Giuseppe Saragat per la formazione del suo secondo governo

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