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Tu bruci ancora

Distruggere e costruire sembra la prerogativa del mondo di oggi: un mondo spietato, in cui la bramosia dei vertici si scontra violentemente con il resto dell’umanità, che arranca nella sua quotidianità semplicemente per rimanere a galla e questo per quanto riguarda la parte più fortunata del globo.

Gli assetti geopolitici hanno assunto le inquietanti sembianze di un’infinita partita a risiko, con la differenza che non esistono tabelloni da chiudere per andarsi a bere una birra, ma solo conseguenze per cui tutti noi pagheremo il conto.

I nostri interessi vengono prima di qualsiasi altra cosa perché – come si può facilmente intuire – non siamo programmati per occuparci di chi si trova dall’altra parte del mondo, dove il diritto alla vita si è trasformato in privilegio. O fortuna.

La delicata e altrettanto complessa situazione palestinese è ancora sotto gli occhi ed il silenzio di tutti ma, per qualche ragione, abbiamo smesso di guardare.

Sui social abbiamo creato hashtag con bandiere, numeri convertiti in vocali e questo solo per non essere bannati, censurati, segnalati. Nel 2025 scrivere «Palestina Libera» è più grave dell’organizzare un incontro i cui partecipanti si riconoscono dal saluto romano. E noi, quelli che si sono definiti «giusti», abbiamo scientemente condannato non solo chi ha partecipato, ma anche chi glielo ha permesso, ponendo la nostra attenzione e la nostra unione su una bandiera che – per non essere sequestrata – è stata sostituita da un’anguria. Potrebbe quasi far ridere, se non fosse tragico.

Abbiamo manifestato in nome della pace, contro i leader che spostano gli equilibri di tutto il mondo a loro piacimento; mietendo vittime che in poco tempo smettono di avere un nome diventando un numero.

Ci siamo accesi come fiammiferi ed abbiamo incendiato strade e quartieri, usando megafoni e cartelloni per esprimere i nostri pensieri, per dimostrare agli stessi potenti da che parte si dovrebbe stare. Ma prendersela con gli stessi a cosa serve, se non a lasciarci l’illusione di essere migliori, dandoci la possibilità di pensare che noi da quelle poltrone avremmo fatto di più? Perché noi una soffocante cravatta al collo – simbolo di una ricchezza che sa di corruzione – non l’avremmo mai indossata. Eppure, tutti sappiamo che non è l’accessorio a fare la differenza.

Trovare la mela marcia in questo mercato di pupazzi di lusso è un gioco da ragazzi; altrettanto difficile è incontrare l’esatto opposto, perché giocare un ruolo in questa società è diventato decisamente più importante che rivendicare la libertà di espressione. Ecco perché dopo lunghi mesi di dissensi ci siamo scagliati contro il solito problema, per cui la lotta è bella quando dura poco.

Quindi alziamo la voce, mettiamo cuoricini su Instagram, condividiamo storie ed irrompiamo nelle aule universitarie, ma solo fino a quando questo ci rende popolari.

Questa filastrocca di cui tutti conosciamo il ritornello non ci rende speciali, né politicizzati: figuriamoci se può definirci brave persone.

Uscire da questo circo non è semplice, perché la nostra natura ci porta a non superare mai un determinato limite e se qualcuno ci spinge un po’ più in là ci ricordiamo che «mors tua vita mea».

Le possibilità di migliorarsi e migliorare tutto il resto escludono quello specchietto per allodole da cui ci facciamo continuamente ammaliare. Bisogna imparare a cercare in una nicchia ancora più ristretta, dove lo spazio per l’inganno non c’è.

Qui emerge la forza della rete, del fare network, della sostanza. Quella tenacia che assume una forma ma anche un nome preciso: «Yalla Yalla!» che in italiano significa «Forza, andiamo»!

I medici Antonella Moschillo – mente di questa iniziativa – e Giorgia Zamponi, si impegnano ed operano per raccogliere donazioni e mandare gli aiuti necessari in Palestina. È un collegamento diretto con famiglie, uomini e donne che con la loro forza inarrestabile riescono a costruire tende, a far mangiare e sorridere i più piccoli. Un’idea ambiziosa ma piena di forza: ecco perché – come tutti quelli che ci credono sul serio – loro ce l’hanno fatta.

Schierarsi è un compito molto difficile, se non si conoscono le vere intenzioni. Tendiamo a fidarci di chi ha maggiore visibilità, mentre spesso è proprio questa a mascherare un lato corrotto ed opportunista.

«Yalla Yalla!» si distacca da tutto ciò: trasparenza e la veridicità sono tangibili.

Grazie alla rete creata da Antonella Moschillo, molti donatori hanno la possibilità di vedere con i loro occhi quanto ogni aiuto inviato agevoli la vita in quel pezzetto di terra che, nonostante i continui bombardamenti, resiste e lo fa con tutta se stessa.

Mentre il resto del mondo è passato alla prossima notizia, le due psichiatre – con il contributo di tante altre persone – non hanno perso il focus. Hanno mantenuto il punto sul loro obiettivo promettendo di continuare a farlo e questa è una promessa di cui, credetemi, ci si può fidare.

Ciò che ora resta da fare è ricordarsi di ricordare. Non facciamo altro che ripetere ad alta voce di essere «quelli dalla memoria corta», ma siamo stati i primi a dimenticare il nostro stesso credo.

Oggi, per fortuna, c’è qualcuno che ce lo ricorda e lo fa con accesa sensibilità e allora: «Yalla Yalla»!

Silvia Bruni

Nella foto: Antonella Moschillo

© RIPRODUZIONE CONSIGLIATA

(Dal quotidiano La certezza di martedì 2 dicembre 2025)

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