Via le province, arrivano le città metropolitane

9 aprile 2014, 12 : 04 Stampa

Prosegue il cronoprogramma del governo Renzi, che va avanti spedito sul terreno delle riforme per disegnare un nuovo assetto della organizzazione dello stato. Un primo passo è stato compiuto con l’approvazione definitiva del disegno di legge sulle città metropolitane, le province, unioni e fusioni di comuni, che modifica la struttura degli enti locali in attesa della riforma del titolo quinto della costituzione. Per la verità un ritocco c’era già stato nel 2001 con l’introduzione delle città metropolitane, che però si aggiungevano alle province delle quali si vuole la abolizione. Nel frattempo si è cominciato un processo di semplificazione per alleggerire la burocrazia, migliorare i servizi e usare meglio le risorse pubbliche. Si calcola che un primo risparmio sarebbe di centosessanta milioni, ma la corte dei conti lo ha stimato in soli trentacinque. Un dato evidente e controverso è la riduzione dei livelli di rappresentatività popolare diretta: nelle nuove province il presidente è eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali, dura in carica quattro anni e deve essere un sindaco. Sotto di lui ci sono il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci e tutti ricoprono l’incarico a titolo gratuito. Il consiglio provinciale è l’organo di indirizzo e di controllo, approva regolamenti, piani, programmi ed ha poteri statutari e decisori per l’approvazione del bilancio. Le province continueranno a esercitare le funzioni trasferite ad altri enti fino a quando questi non subentreranno.

Le città metropolitane sono nove: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria; ad esse, oltre a Roma che avrà una disciplina a parte per il suo status di capitale, si aggiungono le città metropolitane istituite conformemente alla loro autonomia speciale dalle regioni Friuli-Venezia Giulia, Sicilia, Sardegna, ossia Trieste, Palermo, Catania, Messina e Cagliari. Le funzioni delle città metropolitane sono quelle fondamentali delle province: adozione e aggiornamento annuale del piano strategico triennale del territorio metropolitano; pianificazione territoriale generale comprese le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture; strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici; mobilità e viabilità; promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale; promozione e coordinamento dei sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione.

Il provvedimento è stato commentato molto positivamente dai promotori, tra cui la vice presidente della camera Marina Sereni, la quale ha dichiarato: «Le nuove norme mettono in moto un processo che troverà compiuta realizzazione con la riforma costituzionale e la riscrittura del titolo quinto: un percorso che trasforma le province in enti di secondo livello, che consente il commissariamento di quelle che avrebbero dovuto essere rinnovate alle prossime elezioni, che fa concretamente partire l’istituzione delle città metropolitane». E conclude: «Dopo molti anni di dibattiti inconcludenti si realizza il primo tassello di un disegno riformatore più ampio che mette al centro i cittadini e la necessità di alleggerire la burocrazia, migliorare i servizi, usare meglio le risorse pubbliche».

Di segno contrario le reazioni dei partiti di opposizione. «Chiederemo al presidente della repubblica di non promulgare il testo della legge Delrio per manifesta incostituzionalità», annuncia battagliero Renato Brunetta per Forza Italia, concludendo in modo crudo: «Il Quirinale non si renda complice di questa porcata». La riforma di Roberto Calderoli, che aveva adottato questa ultima parola per la propria legge elettorale poi bocciata dalla consulta, prevedeva sei consiglieri per i comuni fino a mille abitanti, sei consiglieri e due assessori per quelli tra i mille e i tremila, sette consiglieri e tre assessori per quelli tra i tremila e i cinquemila e dieci consiglieri e quattro assessori per quelli tra i cinquemila e i diecimila,

Al di là di queste cifre e delle valutazioni di ordine economico, resta il fatto che la struttura dello stato potrà essere ridisegnata attraverso un percorso riformatore con la procedura cosiddetta aggravata, cioè con la doppia approvazione dei due rami del parlamento e la possibilità di un referendum popolare qualora non si raggiunga la maggioranza dei due terzi. A giudicare dalle prime reazioni, su questo come su altri temi (si pensi al bicameralismo e al ruolo del senato, in bilico tra la soppressione e il demansionamento) il dibattito è più che mai aperto e i tempi brevi del cronoprogramma potrebbero subire brusche decelerazioni.

 Nella foto: Palazzo Valentini, sede della provincia di Roma

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