La finestra sul mio cortile

Sono le 15,55. Mi trovo sul balcone, nel silenzio di una domenica pomeriggio abbastanza soleggiata. Adagiata su una seggiola, affiancata da sei vasi di fiori quasi brulli, osservo i cinque piani del palazzo di fronte, i dieci balconi, due per ogni piano, e le relative finestre. Al secondo piano la finestra verso la cucina è aperta: si scorgono un tavolo con le gambe in legno bianco, il pianale in legno chiaro e cinque sedie in legno bianco ordinate attorno. Si affaccia una donna sul balcone accanto, con capelli biondi raccolti in una coda di cavallo; appoggia il secchio con il mocio per lavare i pavimenti ma subito torna in casa. Intravedo un’altra donna, credo anziana, comparire sul balcone del quinto piano, quasi una piccola ombra tra le veneziane in plastica verde. Nel cortile sottostante individuo un uomo con un cane nero di media taglia e con il pelo lungo al guinzaglio (non essendo cinofila non saprei identificarne la razza). Attraversa il cortile con il quadrupede, apre il portone d’ingresso in legno massiccio ed entra.

Improvvisamente ricordo un vecchio e noto film di Alfred Hitchcock: La finestra sul cortile, presentato alla 15ª edizione della mostra cinematografica di Venezia nel 1954, con la magistrale interpretazione di James Stewart e Grace Kelly.

Il primo, nei panni di un fotoreporter, costretto nel suo appartamento ad una lunga convalescenza su una sedia a rotelle, passa il tempo a spiare i vicini di casa con il binocolo e la sua macchina fotografica con teleobiettivo; la seconda, nei panni della sua sofisticata fidanzata, regolarmente va a fargli visita anche se lui non ha ancora deciso di sposarla. Questo tedioso passatempo, durante un’estate afosa, prosegue fino a quando una notte il fotoreporter viene svegliato da un urlo proveniente dalla casa della vicina che dovrebbe essere nel letto ammalata: invece le tapparelle sono abbassate e lei è assente. Da qui nasce una vera indagine e al contempo tensione di un giallo tipicamente hitchcockiano che quell’anno a Venezia riceve ben quattro nomination agli Oscar. Un film che induce lo spettatore a immedesimarsi nell’occhio ossessivo del protagonista che spia la vita dei vicini di casa sempre dallo stesso luogo e nello stesso tempo. Può sembrare una pièce teatrale: un rispettabile borghese che esce dal suo status quo abitudinario evadendo in un voyerismo inaspettato per via della lunga condizione d’inattività forzata in cui si trova.

Non credo che ai tempi di Covid 19 tutto questo possa succedere, o malauguratamente anche sì; certo è che l’immobilismo dei nostri corpi esercita tanti parallelismi mentali anche verso realtà filmiche che si propagano nelle nostre sinapsi come fossimo noi i diretti attori protagonisti.

Ma ecco, tutto ad un tratto, oltre al ronzio di un’ape che sorvola sulle foglioline dei vasi circostanti le mie gambe, il rumore di un aspirapolvere proveniente da una finestra socchiusa, affacciata al balcone del terzo piano del palazzo di fronte. Poco fa tutto era chiuso ermeticamente: credo sia l’appartamento in cui vive l’uomo con il cane nero di mezza taglia insieme alla compagna e ai due figli. Non si sente altro. Solo il rumore incessante di un aspirapolvere…

Mara Valsania

Nella foto: veduta condominiale

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