Te piace ‘o presepe?

4 dicembre 2015, 23 : 54 Stampa

Te piace ‘o presepe?

TE PIACE ’O PRESEPE ?
No, a me non piace. Ma guardate un poco, mi deve piacere per forza?

Dodici anni fa, quando fondai questo giornale, aprivo l’editoriale con un argomento di strettissima attualità: se era giusto o no togliere i crocifissi dai muri delle scuole italiane per non offendere la sensibilità delle minoranze culturali che affollavano, e oggi sempre più, i nostri istituti. Sono passati più di due lustri e le cose non sono cambiate; l’evoluzione inevitabile della «miopia» di allora ci porta oggi a discutere se è corretto fare il presepe nelle scuole. È possibile porsi ancora questa domanda? Se lo chiedono all’istituto Garofali di Rozzano (Lombardia). Ma è facile intuire le decisioni del preside: quando si ha il venti per cento di bambini musulmani, diventa più che inevitabile chiedersi se un canto di Natale che racconta episodi del Vangelo sia realmente comprensibile o se il presepe stesso sia una rappresentazione adatta per tutti. Aggiungerei però il condizionale. Sì, perché, se da una parte la scuola dovrebbe mantenere un profilo laico, è pur vero che togliendo ogni simbolo, ogni canto, ogni manifestazione della nostra cultura religiosa si toglie anche l’identità di un paese. Non ci dobbiamo stupire se questi ragazzini non sanno di che si tratta o cosa significhi quell’uomo appeso a una croce. Un esempio può arrivare dal coraggio di accostare i diversi simboli delle diverse confessioni: sarebbe un modo intelligente di tolleranza e aggregazione. Perché no, un bel canto corale che venga dal Corano assieme a Tu scendi dalle stelle. Oppure ammirare un bel presepe spiegando ai più piccoli, ma direi ai più grandi, che la natività è un simbolo che unisce le tre religioni monoteiste: Gesù profeta, Gesù messia, Gesù uno dei tanti liberatori. Sarebbe bello spiegare come lo stesso personaggio è visto dalle tre confessioni e poterne parlare serenamente… soprattutto in tempo di Isis. Ma esprimere l’inclusione, l’eguaglianza tra i bambini provenienti da tradizioni disparate come vorrebbe il dirigente scolastico (abolendo il presepe) non è la strada migliore. Dobbiamo riformare e dare gli strumenti culturali agli insegnanti, e non sarebbe mai troppo tardi.
La strada più facile sarebbe abolire del tutto le celebrazioni, ma personalmente la troverei una vigliaccata: non perché ci indeboliamo di fronte al mondo arabo, come dice Matteo Salvini, ma perché si scatenerebbe un effetto domino creando incomprensione che genera ignoranza, paura, conflitto. Visto che il mondo ormai è globalizzato troverei giusto contribuire a conservare le testimonianze di culture diverse. Altrimenti le identità sparirebbero del tutto oppure prevarrebbero solo le più forti.
Nei prossimi giorni ricorre l’8 dicembre, festa della Madonna, e forse quest’anno sarà una celebrazione più forte, più sentita; papa Francesco nel suo viaggio nella Repubblica Centroafricana ha aperto la porta santa della cattedrale di Bangui, anticipando l’inizio del giubileo straordinario della misericordia e chiedendo pace per tutti i paesi del mondo. «Nessuna violenza in nome di Dio. Insieme diciamo “no” all’odio, alla vendetta, alla violenza, in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio, perché Dio è pace, salam».

Eliana Croce
Dal Mensile di dicembre 2015

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Nei prossimi giorni ricorre l’8 dicembre, festa della Madonna, e forse quest’anno sarà una celebrazione più forte, più sentita dopo che la ordinanza scandalo di far togliere il crocifisso da una scuola di Ofena in provincia dell’Aquila aveva creato dei malumori sconfinando in un terreno minato quasi in coincidenza con la proposta Fini di far votare gli immigrati. In un periodo in cui si cerca di calmare gli animi e portare le varie componenti della società a un quieto vivere nella reciproca comprensione e tolleranza, questo incidente diplomatico proprio non ci voleva. La paura del terrorismo che da due anni ancora non ci abbandona ci porta ad essere più cauti, ma questo non c’entra nulla con i processi di integrazione etnica. Non si può pensare di soffocare o addirittura annullare quelli che sono i nostri simboli religiosi, i nostri ideali politici, la nostra cultura cosmopolita, la nostra storia per il solo fatto che siamo il paese ospitante. Dice bene papa Wojtyla: la democrazia sta nel rispetto; e il rispetto è una regola che accomuna tutti: nessuno deve violarla; bianchi, neri, musulmani, cristiani, ebrei, tutti sono tenuti a non offendere, perché chi offende si macchia di razzismo. Immaginiamo che se fosse un cristiano accolto nella comunità musulmana a richiedere la rimozione dei simboli propri di quella tradizione religiosa e culturale verrebbe giudicato secondo i criteri della legge coranica. Crediamo anche che qualsiasi individuo che abbia rispetto non possa azzardarsi ad esigere alcun tipo di mutamento: ogni istanza innovativa della struttura sociale di un paese proviene dalla gente che vi è nata e ci vive. Non dimentichiamo mai che la sovranità appartiene al popolo e che i cambiamenti maturano secondo l’evoluzione della storia e si affermano con il metodo democratico del consenso. È sorprendente come il rappresentante di una associazione musulmana, che peraltro è stato immediatamente sconfessato dalla stragrande maggioranza dei suoi connazionali e dagli esponenti accreditati del mondo arabo, abbia potuto trovare ascolto in un magistrato italiano vittima di un integralismo giuridico che ha travalicato ampiamente i limiti della giurisdizione prima ancora che del comune buonsenso, se è vero che ha ritenuto di risolvere per proprio conto ogni questione di legittimità delle leggi senza neanche avvertire il bisogno di rimettersi al giudizio della Corte costituzionale. Roma, come molte altre città grandi e piccole dell’Italia, sta diventando una comunità multietnica dove da anni si sono integrati benissimo tutti quegli onesti lavoratori di ogni provenienza nazionale che hanno saputo farsi apprezzare e che ormai si sentono naturalizzati da noi. Speriamo che la festività mariana diventi un’occasione per unire i sentimenti di ognuno placando ogni diffidenza o riserva mentale. Anche quest’anno il Pontefice andrà a piazza di Spagna – e sarà la venticinquesima volta – a rendere omaggio alla Vergine Maria, secondo una lunga tradizione che vede ogni volta il Papa pregare per gli uomini, contro le guerre, a favore della saggezza e della pace: devoto come è della Madonna, speriamo che trovi ascolto nella madre di Dio. E, giacché siamo in tema, vogliamo spendere qualche parola sulla prossima festività che prelude a quelle natalizie. Storicamente il culto della Madonna nasce subito dopo la morte di Gesù. Fin dai primi tempi del cristianesimo la meditazione sulla vita terrena di Maria suscitò una devozione vivissima nei suoi confronti e i primi scrittori cristiani vennero elaborando quella dottrina che ricevette la sua consacrazione ufficiale nel Concilio di Efeso (431): Maria è madre di Gesù, ma Gesù è figlio di Dio e quindi Maria è madre di Dio. Con questa prerogativa un’altra le venne attribuita: quella della verginità; il concepimento di Maria è stato opera dello Spirito Santo (Matteo, 1, 20); in esso non vi è stata partecipazione dell’uomo: quindi Maria ha concepito in stato di verginità. Questa credenza ha portato i padri della Chiesa a concludere che Maria in vista della sua maternità divina sia stata preservata dal peccato originale; e il Concilio Vaticano I nel 1854 ha riconosciuto l’Immacolata Concezione come dogma di fede. Per i più curiosi c’è da aggiungere che proprio quell’anno le donne cristiane di tutto il mondo per dimostrare la loro purezza cominciarono a indossare l’abito bianco nel giorno del loro matrimonio. L’adorazione nei confronti della Vergine Maria ha fatto in modo che in suo onore si festeggiasse in varie occasioni: Annunciazione, il 25 marzo; Assunzione in cielo, il 15 agosto (questo dogma è stato riconosciuto nel 1950); Natività, l’8 settembre; Nome di Maria, il 12 settembre; e, infine, l’Immacolata Concezione, l’8 dicembre. A Maria sono dedicate numerose opere artistiche, tra cui la Madonna Litta di Leonardo da Vinci, uscita dall’Ermitage di San Pietroburgo per arrivare in Italia dopo centotrentotto anni di assenza. In occasione della visita del premier russo Vladimir Putin, l’opera è stata esposta a Roma nel palazzo del Quirinale dove rimarrà fino al 10 dicembre. Nonostante le piccole dimensioni (appena 42 centimetri per 35), si tratta di un quadro straordinario di incalcolabile valore. In un mondo che ci è sempre più estraneo, siamo alla ricerca della speranza nella grande forza di Dio, che guidi le nuove generazioni verso un futuro colmo di gioia e amore per tutto e per tutti. Scusate la retorica, ma questa è sinceramente la nostra speranza.

Eliana Croce
Dal Mensile di dicembre 2003

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