Almerighi e Isonomia

27 marzo 2017, 00 : 04 Stampa

Almerighi e Isonomia

ASSOCIAZIONE CULTURALE ISONOMIA
Interventi di Mario Almerighi nell’omonima rivista

UN IMPEGNO COMUNE

Giugno 2001

Crisi della giustizia è crisi di efficienza. Nel civile siamo ormai giunti alla denegata giustizia. Nel penale siamo quasi allo stesso livello. Ma la crisi della giustizia è anche crisi di ruolo e di ruoli. Il vuoto della politica ha aperto spazi enormi alla giurisdizione. Il fenomeno della giurisdizionalizzazione della conflittualità politica non è solo di oggi. Esso ha radici lontane.

Quando in una società domina l’illegalità diffusa sono inevitabili i riflessi di ciò anche nella gestione della politica. Non sta a noi stabilire se il primo fenomeno sia la causa del secondo o viceversa. Sta di fatto che ogniqualvolta l’applicazione della legge sfiora interessi che investono la sfera della politica si apre un contenzioso, una conflittualità tra poteri, una lacerazione dell’unità dello stato. Questa conflittualità ha indotto il legislatore a varare una serie di riforme dirette più a dirimere tali conflittualità piuttosto che a rendere il servizio giustizia degno almeno di un funzionamento minimale.

Nel nostro sistema costituzionale la giustizia è una funzione dello stato e non un contropotere dello stesso: uno strumento dello stato e per lo stato, al servizio della collettività, con il compito di applicare la legge nei confronti di tutti. Ma oggi come ieri e forse ancor più di ieri la legge non è uguale per tutti.

Ormai questo principio non viene neanche più scritto nelle aule di giustizia di nuova costruzione e sembra prevalere il principio che non tutti sono uguali dì fronte alla legge. La criminalità organizzata manovra ogni anno circa settantamila miliardi di lire.

Il cittadino comune che lamenta lesioni di suoi diritti non riesce più ad affermarli. L’imputato per sapere se è colpevole o innocente ha tempi che si aggirano tra i dieci e i quindici anni. Le vittime di reati sono quasi totalmente abbandonate a se stesse. Il processo, sia civile che penale, ha acquistato sempre più dimensioni virtuali.

In una tale situazione i protagonisti del processo sono rimasti privi di punti di riferimento collegabili con una qualsiasi cultura della giurisdizione. Il pubblico ministero ondeggia tra il ruolo di parte – proprio della cultura anglosassone – ed il ruolo tradizionale della nostra civiltà giuridica che lo configura come organo dedito all’accertamento della verità. Il difensore soffre della mancata attuazione della parità di ruolo con il pubblico ministero ed anche di una sorta di diffidenza nei confronti del giudice, che vede condizionato dall’unicità dell’ordine giudiziario. Il giudice è in profondo disagio da un lato per la strisciante delegittimazione della sua terzietà, dall’altro lato per la frustrante condizione organizzativa nella quale deve operare.

Accanto al fenomeno della giurisdizionalizzazione della conflittualità politica vi è, poi, quello relativo alla conflittualità sociale. Le gravi carenze della pubblica amministrazione, l’espropriazione di vaste zone di territorio del nostro paese da parte delle organizzazioni criminali hanno contribuito a sopravvalutare i risultati ottenibili dal giudiziario aumentando a dismisura la domanda di giustizia con creazione di aspettative inevitabilmente deluse. Le frustrazioni di chi non riesce a far valere i propri diritti hanno contagiato in gran parte anche chi la giustizia dovrebbe rendere cosicché sembra che l’unica cultura visibile tra gli operatori del diritto sia quella di un’arida burocratizzazione di tutte le funzioni.

È a tutto ciò che «Isonomia» intende reagire non certo sul piano politico che non le è proprio, ma sull’unico piano che ritiene praticabile da parte di chi dal quadro che sopra abbiamo delineato ricava grande sofferenza: quello relativo ad un impegno civile teso a riconquistare una comune cultura della legalità e della giurisdizione nel paese, che restituisca al cittadino la speranza di ottenere giustizia. Non è più pensabile, infatti, che alla situazione attuale si possa rimediare con la logica corporativa di chi mostra i muscoli più forti per l’affermazione del potere di questa o quella parte.

È per questi motivi che è stata avvertita l’esigenza di abbattere gli steccati tra magistrati ed avvocati. È per questi motivi che magistrati ed avvocati insieme chiedono aiuto a tutti, tranne a coloro che, pur di conquistare un pezzetto di potere nella realtà attuale, sono disposti a diventare chiunque tranne se stessi.

Paolo Borsellino ammoniva: «L’affermazione della legalità non dev’essere una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale, morale… che coinvolga tutti, affinché tutti si abituino a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità».

L’IMPENETRABILE TELA D’ACCIAIO

Febbraio 2002

Non stiamo assistendo solo alla crisi della giustizia, ma al declino dello stato di diritto. Occorre fare analisi lucide, prive di emotività, che spieghino quali siano le cause profonde che avvelenano il naturale corso della nostra democrazia impedendo quei processi di sviluppo ad essa fisiologici e che hanno messo in crisi quei valori cui essa dovrebbe ispirarsi: la legalità, la giustizia sociale, la solidarietà.

Deve, innanzi tutto, precisarsi che non può parlarsi di un improvviso complotto del potere politico contro la magistratura. La tendenza del potere politico ad affievolire il controllo di legalità nel nostro paese nasce nel momento in cui tale controllo supera i livelli graditi al potere. È sufficiente ricordare quanto accadde negli anni settanta in esito al primo grande scandalo nazionale che coinvolse responsabilità penali di ministri e parlamentari. Venne accertato che tra i petrolieri ed i partiti di governo erano stati stipulati veri e propri contratti di compravendita, in base ai quali i primi versavano ai secondi il 5 per cento dei vantaggi economici derivanti da leggi approvate dal parlamento italiano. Anche allora vennero attuate delle controriforme dirette a diminuire il controllo di legalità da parte della magistratura.

Il fenomeno di contrasto crebbe negli anni ottanta, quando, eliminato il pericolo relativo all’intervento dei pretori, ci si rese conto che anche il pubblico ministero aveva preso coscienza del valore dell’indipendenza dal potere politico. Basti pensare al virulento attacco del presidente del consiglio Bettino Craxi nel suo discorso alla camera contro i pubblici ministeri milanesi in occasione dello scandalo Banco ambrosiano-Ior e dell’arresto di Roberto Calvi. Fu allora che cominciò a parlarsi dell’esigenza di separare la carriera dei pubblici ministeri da quella dei giudici. È di quegli anni il «piano di rinascita democratica» di Licio Gelli che oltre a tale obiettivo si poneva quello della riforma del Csm per modificarne la composizione in favore dei membri di nomina politica.

Lo scontro cresce ancora d’intensità negli anni novanta: sono gli anni di tangentopoli. La reazione è fortissima. Ancora una volta il ragno ritesse la sua tela. Sono gli anni in cui dietro lo scudo di un esasperato garantismo viene varata una serie di riforme che renderanno il processo penale uno strumento idoneo a «fare giustizia» solo nei confronti dei deboli e degli emarginati. Il processo penale viene colpito da leggi e leggine che costituiscono colpi di maglio idonei a distruggerne l’architettura originaria. La giustizia civile è morta da un pezzo e quella penale è agonizzante.

La bicamerale è un tentativo idoneo a distruggere anche i princìpi fondanti dell’indipendenza e dell’autonomia del potere giudiziario previsti dalla nostra costituzione. È sembrato, allora, di assistere a quella ristrutturazione delle istituzioni dello stato di cui avevano parlato Bettino Craxi e Claudio Martelli negli anni ottanta. Nel nuovo sistema, il controllo della legalità deve diventare un optional gestito esclusivamente dal potere politico impegnato alla costruzione di una stanza con porta d’accesso nella quale deve scriversi: «don’t disturb». Ma negli anni novanta c’è una novità: una parte politica vede con lungimiranza che l’ostacolo non è solo la magistratura. Occorre depotenziare le altre istituzioni e gli altri organi di garanzia. Il monopolio dell’informazione può garantire il monopolio del potere senza condomini. L’accaparramento di quotidiani, settimanali, case editrici e televisioni avviene in modo pressoché indisturbato.

Arriviamo ai giorni nostri. Il ragno non rammenda più la sua tela: la sta ristrutturando con fili impenetrabili di acciaio. Alla tecnica controriformista che da qualche anno sta consentendo che il diritto di difesa nel processo possa trasformarsi (ovviamente solo per i ricchi) in difesa dal processo (prescrizioni) si sta sostituendo una nuova tecnica legislativa che mira direttamente all’assoluzione di imputati eccellenti attraverso riforme che in un prossimo futuro porteranno all’eliminazione di qualsiasi rischio connesso al solo inizio del processo. Basti pensare alle riforme concernenti il falso in bilancio, alla legge sulle rogatorie internazionali, alla legge sul rientro dei capitali clandestinamente esportati. Ma c’è ancora qualcosa di nuovo. Per impedire la celebrazione di quei pochi processi ancora in piedi e non graditi a chi comanda viene realizzato un attacco al cuore della giurisdizione. Non essendo sufficiente la modifica delle leggi, si punta alla modifica del giudice.

Da dove nasce la tendenza a considerare l’applicazione della legge una funzione da esercitare esclusivamente nei confronti dei deboli, di coloro che non fanno parte del circuito del potere reale? Quali sono gli interessi posti a base del nuovo cammino legislativo intrapreso dal parlamento italiano? Quali sono i segmenti della società civile che si riconoscono in esso? Chi deve rispondere a queste domande? Non certo un giudice. Ma un giudice, che è anche un cittadino di questa repubblica, può porsi anche un’altra domanda, la stessa domanda che si pose Sandro Pertini quando ebbe sotto gli occhi le prove della compravendita delle leggi da parte dei petrolieri: dov’erano le forze politiche d’opposizione? A questa domanda crediamo che sia giunto il momento di aggiungerne un’altra: dov’è la politica?

L’occupazione partitica dello stato passa oggi attraverso l’aggregazione del consenso non più in virtù di logiche d’appartenenza a questa o quell’ideologia, e neppure in relazione alla coerenza tra il dire ed il fare, ma attraverso lo sfruttamento delle ormai collaudate tecniche della comunicazione e dell’immagine nel settore della produzione e del mercato.

Ai cambiamenti radicali in atto, a differenza di quanto è già accaduto in Germania (ove negli anni novanta i maggiori partiti hanno adottato specifiche misure per stimolare la partecipazione dal basso), la partitocrazia di casa nostra sta ancora reagendo in termini conservatori, continuando ad occupare dall’alto lo stato e ignorando, per contro, i bisogni reali di una società civile sempre più ipnotizzata ad occuparsi dei bisogni indotti. La gestione del potere, dall’esercizio di un dovere politico, viene sempre più tradotta in atto d’imperio, con conseguente diffusione di sentimenti contrari alla politica (astensionismo).

Certi fenomeni sono inarrestabili; anche alla partecipazione politica – intesa come il desiderio di un individuo di fare parte di un tutto – non è possibile riservare a lungo un ruolo di semplice osservatore numerico, buono solo a legittimare la leadership di questo o quel politico del momento. Ecco la ragione della nascita di nuovi movimenti – mai tanto rigogliosi come in quest’ultimo scorcio di storia – che trovano in un altro tipo di partecipazione, quella sociale, una formidabile leva di azione. Nel dare per scontata l’ipotesi per la quale l’accesso (a qualsiasi livello) alla «stanza dei bottoni» è legato ad una sudditanza verso la pervasiva presenza dei «poteri forti», oggi sembra farsi strada l’idea che la vera libertà di comando risiede, più che nell’occupare un seggio, nella reale possibilità di condizionare le scelte.

A duecento anni dalla rivoluzione francese non possiamo non prendere atto che è in corso un processo inarrestabile con il quale la sovranità popolare sta prendendo più forma e consistenza. Al voto di appartenenza si sostituirà sempre più, insomma, il voto d’opinione sui fatti e non sulle parole. «Nel segno di un auspicabile ritrovato senso della rappresentanza individuale legata al concetto di cittadino e nel quadro di una nuova cultura politica imperniata sugli incipienti valori post-materialistici che si stanno affermando, ci attende una sfida che si consumerà in questo inizio di millennio. Ormai possiamo, infatti, dire che è entrato a far parte del comune sentire il concetto che i poteri politici delle nazioni del mondo sono condizionati ed eterodiretti dai poteri forti economico-finanziari cosiddetti globali» (Mauro Calise, Il partito personale).

Ecco perché siamo convinti che le prospettive del cambiamento e del recupero della speranza nella politica passino attraverso lo sviluppo d’iniziative come quella di Isonomia e di tante altre associazioni rappresentative di volontà riferibili alla società civile.

Lo scontro in atto e le continue aggressioni nei confronti non solo della magistratura ma della stessa giurisdizione comportano l’inevitabile rischio di un nuovo arroccamento corporativo della magistratura e dell’altra istituzione fondamentale nel funzionamento della giustizia costituita dall’avvocatura. Isonomia è nata proprio per combattere le logiche d’appartenenza riunendo intorno a un tavolo magistrati, avvocati ed esponenti della cultura giuridica con l’intento di operare nell’esclusivo interesse della giustizia in un clima di sereno confronto.

Da oggi l’analisi critica interna alle due categorie sarà ancora più difficile, ma proprio per questo più necessaria.

LA MAGISTRATURA PER I CITTADINI

Luglio 2002

L’autonomia e l’indipendenza della magistratura erano state previste dalla nostra costituzione per garantire che il controllo della legalità del nostro paese non venisse gestito indirettamente dalle forze politiche di maggioranza attraverso il controllo del pubblico ministero, per garantire il principio di legalità («la legge è uguale per tutti»), fondamento essenziale di uno stato di diritto. La storia giudiziaria italiana è lì a dimostrare che non tutti i magistrati meritano l’indipendenza e l’autonomia di cui godono, ma il popolo italiano, i cittadini italiani, sì.

Alcuni magistrati sono come gli skipper delle barche a vela: orientano le vele a seconda del vento che proviene dalla direzione del potere. Altri hanno utilizzato la loro indipendenza per colludere con il potere anche con fini di lucro. Ma vi sono anche tanti magistrati che invece di usare le vele hanno usato i remi seguendo esclusivamente la rotta dell’affermazione della legge nei confronti di chiunque senza guardare in faccia nessuno. Alcuni di costoro, fedeli interpreti dei valori costituzionali dell’indipendenza e dell’autonomia, sono stati prima isolati e poi barbaramente uccisi. Molti di costoro sono ancora vivi ed hanno vistosi calli sulle mani: essi, però, sono stati e sono tuttora sottoposti alle più squallide denigrazioni da parte di chi vive con fastidio, con intolleranza l’estensione del controllo di legalità al di là dei limiti graditi al potere politico, economico e finanziario del nostro paese.

La conflittualità tra potere politico e magistratura ha origini lontane fin da quando venne scoperto che i petrolieri compravano le leggi del parlamento pagando il 5 per cento dei vantaggi che quelle leggi gli procuravano. Essa è proseguita ai tempi di Craxi (discorso alla camera subito dopo l’arresto di Calvi) ed è esplosa con tangentopoli. Mai, però, fino agli anni novanta si ebbe l’impudenza di attaccare al cuore il sistema costituzionale nella collocazione all’interno di esso della posizione autonoma della magistratura. Il primo tentativo risale alla bicamerale presieduta dall’onorevole D’Alema. Per fortuna esso fallì.

Oggi. Alla tecnica controriformista che da qualche anno sta consentendo che il diritto di difesa nel processo possa trasformarsi (solo per i ricchi) in difesa dal processo (prescrizioni) si sta sostituendo una nuova tecnica legislativa che mira direttamente all’assoluzione degli imputati eccellenti attraverso riforme che oltre a ciò serviranno in futuro all’eliminazione di qualsiasi rischio connesso al solo inizio del processo. Mi riferisco a quegli interventi legislativi tendenti a proteggere quelli che una volta venivano chiamati delinquenti con il colletto bianco (falso in bilancio, legge Lunari, legge sul rientro dei capitali esportati clandestinamente all’estero); interventi legislativi tendenti a proteggere imputati eccellenti in corso di giudizio ed in contrasto con l’obiettivo europeo di rafforzare la cooperazione internazionale nella lotta alla criminalità organizzata (legge sulle rogatorie internazionali); interventi ministeriali obiettivamente finalizzati all’azzeramento di processi in corso.

Attualmente: i disegni di legge pendenti tendono a compromettere principi cardine del nostro ordinamento, quei principi che garantiscono indipendenza e autonomia: 1) obbligatorietà dell’azione penale (fondamento del principio della legge uguale per tutti); 2) sottrazione al giudice del compito d’interpretare la legge: 3) sottrazione alla magistratura del controllo sull’attività investigativa per attribuirla al potere politico; 4) creazione nella corte di cassazione di un’oligarchia all’interno della magistratura; 5) previsione di un reato a carico del giudice che condanna ingiustamente, punito fino a diciotto anni di reclusione (nel disegno di legge nulla si dice in relazione alla ingiusta assoluzione). Ed altro ancora.

Dicevo prima che la magistratura non è un’isola felice al di fuori della cultura che purtroppo sta avvelenando il nostro paese in tutti i settori. Ma esistono ancora in Italia giudici degni di pronunciare sentenze in nome del popolo italiano. Li ho definiti prima «i rematori» per distinguerli dagli «skipper». Ebbene, la mia sensazione è che ai «rematori» si voglia togliere l’acqua perché essi si arenino sulla sabbia in fondo al mare. Ma togliere ad essi l’acqua significa eliminare la possibilità di applicare la legge nei confronti di tutti, dei potenti e dei ricchi e non solo dei poveri e degli inermi cittadini.

In un paese dove ogni anno la criminalità organizzata produce un reddito pari a circa trecentomila miliardi di vecchie lire, il controllo di legalità autonomo e indipendente assume un diretto rilievo in ordine alla qualità della vita di ciascun cittadino. Ridurre lo spazio di tale controllo significa, dunque, ridurre spazi di libertà ai cittadini.

È per difendere questo spazio che i magistrati sono scesi in sciopero. È questo spazio che i cittadini devono difendere.

Ciò che è messo in discussione, a questo punto, non sono i magistrati, che ovviamente possono sbagliare e talvolta sbagliano, ma i fondamenti della nostra democrazia: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura.

 

ANELITO DI GIUSTIZIA

Giugno 2003

Il nostro sistema costituzionale considera la giustizia una funzione dello stato e non un contropotere, come in paesi di diritto anglosassone; uno strumento dello stato per lo stato, al servizio della collettività, con il compito di applicare la legge nei confronti di tutti. Ma oggi, ancor più di ieri, la legge non è uguale per tutti. Viviamo in un paese dove la criminalità organizzata manovra ogni anno centomila miliardi di lire; viviamo in un paese in cui il cittadino comune che lamenta lesioni dei suoi diritti non riesce più ad affermarli; in un paese dove l’imputato per sapere se è colpevole o è innocente deve attendere un tempo che si aggira tra i dieci e i quindici anni.

Le gravi carenze della pubblica amministrazione, l’assenza di controlli efficaci in prevenzione, l’espropriazione di vaste zone di territorio del paese da parte delle organizzazioni criminali hanno contribuito a sopravvalutare le potenzialità della giustizia. La conseguenza è che è aumentata sempre più la domanda di giustizia e che si sono create aspettative che inevitabilmente vengono deluse. Né potrebbe essere diversamente perché, come è noto, la funzione della magistratura nell’applicare la legge è quella di evidenziare una patologia, non di curarla. La cura delle patologie è compito della politica. L’assenza di queste cure determina un circolo vizioso, la cui risultante è un aumento vorticoso di sfiducia del cittadino nei confronti non solo della giustizia, ma anche dello stato: sfiducia che rischia di estendersi anche tra i magistrati e gli avvocati; sfiducia che mi sembra stia provocando il sorgere di uno strisciante fenomeno di burocratizzazione di tutte le funzioni giudiziarie.

Mi sembra che in una tale situazione i protagonisti del processo siano rimasti privi di punti di riferimento: il pubblico ministero ondeggia tra il ruolo di parte proprio della cultura anglosassone e il ruolo tradizionale della nostra civiltà giuridica che lo configura come organo dedito all’accertamento della verità e non esclusivamente all’accusa; l’avvocato soffre perché vorrebbe una parità di ruolo con il pubblico ministero; il giudice è a disagio per la strisciante delegittimazione della sua terzietà. Per modificare queste tendenze occorre riconquistare una comune cultura della legalità e della giurisdizione; non è più pensabile, nella situazione attuale, che si possa rimediare con logiche corporative, di chi mostra i muscoli più forti, per l’affermazione del potere di questa o quella parte. Senza dimenticare che l’interesse del cittadino appartiene non solo al cittadino ricco e potente, ma anche a quello povero, indifeso e debole.

La giustizia non può costituire un optional cui i potenti hanno diritto di rinunciare, neanche in nome del popolo italiano. Qualsiasi contributo alla soluzione di ogni problema, in qualsiasi settore, deve impegnare l’uomo nella sua interezza, con il coinvolgimento della sua anima e della sua ragione. Per quanto riguarda la giustizia, credo che ciascuno di noi, nell’approccio con i problemi che la riguardano, debba immedesimarsi con il suo cuore, nella sofferenza di chi, sia esso imputato o vittima del reato, non ha giustizia, e da qui arrivare a proporre soluzioni razionali, prive di qualsiasi condizionamento di altra natura.

Vorrei concludere con parole di Dionigi Tettamanzi: «L’eclissi di legalità è frutto di una eclissi della moralità; parlare di rischio del sistema paese significa che di fronte all’esigenza di essere attenti al bene di tutti vi è una accentuazione spesso esclusivista sull’interesse individuale, sull’interesse del gruppo o di una forza politica, che rimanda a un individualismo totalmente slegato dalla doverosa preoccupazione per l’intero paese. Ritengo che oggi uno dei rischi più forti sia quello di sostituire al criterio della ricerca della verità per recare un servizio agli altri quello dell’interesse proprio o del gruppo di appartenenza, svendendo a determinate forze tutto il patrimonio morale che abbiamo dentro. La cultura dominante si fonda sull’accettazione acritica dei mass media; il rischio è che noi ascoltiamo un’infinità di voci e non ascoltiamo quella voce di fronte alla quale non è possibile barare: la voce della nostra coscienza».

Dal quotidiano La Certezza di domenica 26 marzo 2017

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