Festa del cinema tra incontri e politica

Alla vigilia della tredicesima edizione della festa del cinema di Roma (18-28 ottobre), il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti si era dichiarato fiducioso che la manifestazione avrebbe trasformato la città «in una grande piazza per una festa popolare che ha per protagonista chi il cinema lo vive e lo ama». Non sappiamo se lo scopo sia stato raggiunto, anche a causa di una organizzazione generale alquanto carente. Di certo, la partecipazione del pluripremiato documentarista statunitense Michael Moore a un incontro con il pubblico per presentare il suo nuovo lungometraggio “Fahrenheit 11/9” ha riacceso la passione per un sano dibattito democratico nonostante il clima politico si faccia di giorno in giorno più asfittico. In particolare, l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca il 9 novembre 2016, tema di cui parla appunto l’ultimo documentario di Moore, ha provocato la rottura di un vero e proprio «vaso di Pandora», così come l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 aveva sconquassato il mondo intero. L’incontro con Michael si è concluso con una bella immagine simbolo di una Italia che si prende cura delle proprie risorse, a dire il vero alquanto d’antan. Un pomodoro rosso e succoso, ancora vivido nei ricordi del documentarista legati a un soggiorno a Roma di tanti anni prima, è servito da efficace appello all’azione. Quasi a dire: «Italiani, mobilitatevi e riprendete le sorti del paese nelle vostre mani amorevoli».

Un vero e proprio bagno di folla ha generato la presenza all’auditorium di Martin Scorsese, il cineasta statunitense appena naturalizzato italiano, il quale, oltre a ricevere il premio alla carriera dalle mani di Paolo Taviani, ha personalmente curato la retrospettiva di tre pellicole – “Detour” (1945) di Edgar G. Ulmer,” I due volti della vendetta” (One-Eyed Jacks, 1961) di Marlon Brando e “Ganja & Hess” (1973) di Bill Gunn – per il restauro delle quali è stata impegnata la film foundation da lui promossa. Scorsese, da sempre un enorme estimatore del cinema italiano, ha inoltre introdotto la proiezione della versione restaurata di “San Michele aveva un gallo” (1972) dei fratelli Taviani.

Altro focus del festival è stato il talento femminile, declinato in particolare nella recitazione  Alcune tra le attrici più formidabili dei nostri tempi, l’australiana Cate Blanchett, la statunitense Sigourney Weaver e la francese Isabelle Huppert (insignita del premio alla carriera), si sono confidate dinanzi al pubblico, commentando anche memorabili sequenze cinematografiche tratte da alcuni dei loro film più rappresentativi. Weaver, in attività da quaranta anni, viene da molti associata tout court al suo primo ruolo da protagonista: quello di Ellen Ripley in “Alien” (1979). I lineamenti un po’ duri e l’espressione del viso un po’ truce hanno contribuito a renderla una eroina mondiale del cinema di fantascienza: nomea rafforzata e consolidata grazie al regista James Cameron, che l’ha voluta per “Avatar” (2009) e i sequel in lavorazione (Avatar 2 e 3). Eppure, dietro una scorza coriacea, Sigourney ha dimostrato di possedere versatilità e sensibilità, interpretando tanti ruoli indimenticabili in film di acclamati registi. Su tutti, Roman Polanski, con cui la Weaver ha lavorato in “La morte e la fanciulla” (1994). Riguarda proprio un pranzo di lavoro a Roma tra l’attrice statunitense e il regista polacco naturalizzato francese l’aneddoto più divertente della serata. Mentre i due commensali discutono amabilmente, un paparazzo li immortala a loro insaputa e un giornale di gossip ci costruisce sopra una presunta love story. Polanski vorrebbe querelare la testata, ma poi tutto si sgonfia grazie all’intervento di Weaver, la quale dichiara: «Questa è la storia più bella che sia mai stata scritta su di me».

Sacrosanta è apparsa la serata tributo dedicata all’affascinante attrice d’oltralpe Isabelle Huppert. Oltre alle innumerevoli collaborazioni con registi francesi del calibro di Jean-Luc Godard, Claude Chabrol e Bertrand Tavernier (tanto per citarne alcuni), l’attrice è diventata nel tempo la musa prediletta del cineasta austriaco Michael Haneke, a partire da “La pianista” (2001). Questo pluripremiato adattamento cinematografico del romanzo omonimo della scrittrice Elfriede Jelinek (vincitrice del Nobel per la letteratura nel 2004) fa emergere appieno il coraggio e la generosità di Huppert nell’interpretare una insegnante di piano che, rimasta a vivere da zitella in casa della madre, inizia una relazione sadomasochistica con un suo giovane allievo.

Un ruolo scabroso, cui dimostra di sapersi calare a pennello pur senza perdere mai la sua classe, per il quale Isabelle ottiene il premio per la migliore interpretazione femminile al cinquantaquattresimo festival di Cannes. Le medesime qualità interpretative, del resto, le sono valse nel 2017 il Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico e la nomination agli Oscar di quell’anno, per il suo ruolo da protagonista in “Elle” (2016), ultimo film del regista olandese Paul Verhoeven.

Momento clou di «Alice nella città», festival parallelo di cinema per ragazzi e famiglie, è stato la «lezione» tenuta dal maestro dell’animazione francese Michel Ocelot, il quale, oltre a introdurre il suo nuovo lungometraggio “Dilili à Paris” (2018), ha ripercorso la sua straordinaria carriera insieme con giovani e meno giovani aficionado, a partire dagli inizi difficili in cui, mediante semplici ritagli di carta manovrati con perni e ombre cinesi, realizzava corti di grande inventiva, fino ad arrivare al successo di critica e pubblico, ottenuto da “Kirikù e la strega Karabà” (1998), film rivoluzionario basato su un racconto folcloristico dell’Africa occidentale e frutto anche delle sue esperienze autobiografiche (avendo egli trascorso l’infanzia in Guinea).

Tra i film proiettati in anteprima vanno segnalati “Notti magiche” di Paolo Virzì e “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis, il quale si è aggiudicato il massimo riconoscimento, ovvero il premio Bnl del pubblico. Concludiamo con le parole di De Angelis sul suo film vincitore: «Il corpo è lo strumento principale della narrazione perché la sua materia mobile esprime la trasformazione dei personaggi; è veicolo tematico in quanto mostra la bellezza ferita di essere umani in attesa di qualcosa o qualcuno, disperati attaccati a un’ultima speranza; infine, il corpo esprime la volontà dell’anima di sovvertire l’ordine della disperazione, attraverso la resistenza e, al momento giusto, la ribellione».

Valerio Viale

Dal Mensile di novembre 2018

Nella foto: L’attrice australiana Cate Blanchett

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