Il viaggio di una vita

Quella di Francesca è una storia che parla di forza, amore, pazienza e dolore.

Una donna che ha dato il tutto per tutto, amando la vita per ciò che le ha regalato, comprese le esperienze più difficili contro cui ha dovuto lottare, ma da cui ha saputo trarre la sua essenza.

Un’artista a tutto tondo: attrice, trapezista, una simpatica clown amata da tutta la città, impegnata per la maggior parte delle sue giornate a divertire i più piccoli, accrescendo così il forte desiderio di maternità presente in lei fin dall’adolescenza.

Francesca sorride prima di iniziare a raccontarmi il suo vissuto e mi domanda con discrezione e delicatezza se anche io mi sia mai trovata di fronte a tanto dolore, per paura di toccare anche la mia sofferenza.

La sua dolcezza traspare, è palpabile, e mentre sorseggia una tisana mi parla senza fretta: «La vita mi ha fatto due splendidi regali», dice.

Inizia con lo spiegarmi questa incredibile voglia di mettere al mondo un figlio e di poterlo amare con tutta se stessa, di quanto abbia visto avvicinarsi questo desiderio dopo aver iniziato la sua relazione con L.; anche se oggi Francesca sa che la consapevolezza di questa scelta sbagliata arrivò prima della sua decisione definitiva.

Un ragazzo incapace di esprimere il suo amore, un «analfabeta emotivo» come lo definisce lei stessa. Assorbito dalla sua attività: un negozio che lo porta a viaggiare in altri continenti.

Le sue continue distrazioni, causate da una scala di valori confusi, e le sue difficoltà relazionali caricano Francesca di coraggio per troncare una relazione carente; ma la gravidanza inaspettata posticiperà di molto questa decisione.

Sceglie, infatti, di sorvolare sulle problematiche del suo rapporto, inconsapevole che dovrà scontrarsi contro una serie di complicazioni già dai primi approcci nei confronti di questo importante cambiamento.

La prima decisione difficile da prendere è quella di capire se affrontare o no un viaggio in un paese lontano, per questioni familiari. Dopo il consulto con un medico, che non si espone con alcun parere, la coppia decide di partire; Francesca si domanda ancora oggi se fu proprio lì che il cuore della bambina, che sperava di avere, cessò di battere.

La scoperta di questa triste verità avviene durante la prima visita dopo il loro ritorno, quando vede scurirsi il volto del medico di fronte al monitor nel corso dell’ecografia.

Francesca è distrutta da questa notizia, vede il sogno di diventare mamma sgretolarsi davanti a lei, assieme alla realizzazione di completezza come essere umano, come donna.

La presenza di L. non le sarà di conforto: resteranno vicini su quel divano per giorni, ma la loro distanza sarà difficile da colmare. Francesca continuerà a fissare la parete bianca di fronte a sé, anche quando L. riprenderà la sua vita. Distrutta e straziata dai sensi di colpa troverà conforto dai genitori, dagli amici che non la lasceranno mai sola e che aspetteranno pazientemente di veder tornare anche lei alla sua quotidianità. Ma prima di ritrovare quel clown ci vorrà del tempo, perché tutti quei bambini la riportano sempre troppo vicina alla brutale realtà.

Lentamente la vita va avanti e Francesca trova la forza di chiudere quella relazione che da tempo avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle, nonostante sia difficile, nonostante sia stato proprio L. a sostenerla nel suo percorso artistico, a credere in lei. Ma non sono fatti per stare insieme, per condividere un futuro e questo lei lo sa.

Francesca ha l’accortezza di preoccuparsi per me, per le mie sensazioni; ma dopo essere stata rassicurata decide di proseguire: «La storia tra me e L. era veramente finita», mi dice con tono fermo. Ma l’affetto è impossibile da cancellare e nonostante il passato la coppia continua a frequentarsi, fino ad affrontare un altro lungo viaggio insieme.

L. deve partire per lavoro e le chiede di seguirlo; questa proposta inaspettata la porta a riflettere se accettare non sia una decisione azzardata, ma un viaggio verso un paese asiatico la affascina e pensa possa aiutarla a ritrovare un po’ di quiete.

Poco dopo il loro arrivo Francesca scopre di essere incinta e decide di dirlo immediatamente a L. nonostante l’entusiasmo assopito. Dopo la prima visita in ospedale, dall’esito positivo, prosegue il viaggio tra la certezza di volere questo bambino e la riluttanza da parte di L. nel voler diventare padre.

L’itinerario li porta a spostarsi e durante un controllo medico le viene consigliato di effettuare una visita specifica; si tratta della translucenza nucale: un esame utile per escludere alcune problematiche tra cui la sindrome di down. Inconsapevole di tanta importanza, a causa delle incomprensioni linguistiche, L. le chiederà di effettuare il controllo solamente al loro rientro, ormai vicino.

Il successivo accertamento in Italia non sembra andare per il verso giusto; qualcosa non rende possibile una chiara visuale dell’ecografia e l’atteggiamento palesemente superficiale del medico porta Francesca a chiedere un secondo parere, in cui si evincerà che l’assenza di liquido amniotico non solo rende impossibile la lettura da parte dell’ecografo ma, soprattutto, non permette al bambino di muoversi, né di sviluppare il giusto funzionamento degli organi respiratori. La displasia polmonare è solo una delle malattie che il bambino si troverebbe a dover affrontare una volta nato.

La diagnosi è faticosa da accettare, ma lei rigetta da subito l’ipotesi di abortire.  Nonostante il dissenso di L., che palesa immediatamente il rifiuto nel mettere al mondo un figlio disabile, Francesca non si arrende e si sottopone ad un trattamento ospedaliero di idratazione.

La paura e la solitudine provate ogni giorno dopo il risveglio durante il ricovero le fanno capire che l’atto d’amore che pensava di compiere si sta lentamente trasformando in egoismo, perché suo figlio non merita una vita come quella che gli si prospetta davanti.

A rassicurarla durante le notti insonni è la costante presenza della famiglia, mentre con il padre del bambino il divario si fa sempre più profondo, fino alla totale separazione dopo un’accesa lite in ospedale.

La sua degenza prosegue in modo sempre più difficile: vertigini e vomito sono una costante delle sue giornate e le numerose malformazioni mostrate da un successivo esame la spingeranno verso una scelta definitiva.

Annientata dal dolore, Francesca, decide di abortire; ma l’ospedale non ha alcuna intenzione di assumersi la responsabilità di tale decisione e muoversi contro ogni principio cattolico è inaccettabile. Per sottoporsi all’interruzione di gravidanza è quindi costretta a cambiare sede, nonostante i medici le abbiano sempre consigliato di intraprendere questa strada, considerandola la meno rischiosa. Una volta cambiata città dovrà oltretutto effettuare un consulto psichiatrico per permettere allo staff ospedaliero di avviare la procedura.

Francesca è stremata quando arriva il giorno dell’intervento e spera di trovare conforto da parte del medico che, al contrario, si rivela cinico e distante, privo di empatia confronti suoi e delle altre pazienti nella stessa condizione e altrettanto impaurite.

Anche il sostegno psicologico si rivela inadeguato.

Le inducono le contrazioni dopo averle fatto ingerire una pillola per arrestare il battito cardiaco del bambino. Durante il parto le molteplici difficoltà si sovrappongono; il senso di colpa, la rabbia, il dolore e lo scoraggiamento per dover partorire un esserino privo di vita saranno la conclusione di questa lancinante esperienza.

«Grazie a Ruben, ho imparato a sbagliare, cosa che prima non mi concedevo di fare», dice con orgoglio, stringendo nella mano un fazzoletto di carta. Ruben: così ha deciso di chiamarlo.

Francesca da questa esperienza ha preso tutto ciò che di bello poteva trarre, ha «imparato ad amare la vita attraverso la morte», ha imparato a mostrare le proprie fragilità, trasformandole in un’arma impossibile da combattere.

Ringrazia L. per averle insegnato tanto, conducendola a guardarsi dentro, scavando in profondità senza avere paura. Ma le cicatrici di queste due esperienze le porterà per sempre con sé. Il ricordo di quel dolore non svanirà, come non si cancellerà la sensazione di non sentirsi compresi appieno da chi dovrebbe tutelare una donna confusa e stordita da parole piene di tecnicismi che solo i medici conoscono.

Ha portato allo stremo il suo corpo, perché quel desiderio di maternità era tutto per lei, era la concretizzazione di ogni suo desiderio.

Francesca è un’altra voce che grida aiuto, un’altra donna che ha toccato con mano le difficoltà che troviamo nel paese in cui viviamo, dove le donne sono ancora una strada a senso unico che conduce alla maternità.

Le parole hanno un loro peso e se non metteremo a tacere quelle di tutti gli uomini sessisti, che identificano la femminilità come uno scopo, sarà impossibile spezzare le catene che ci portano a non sentirci complete senza aver messo alla luce un altro essere umano.

Silvia Bruni

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