Palingenesi su un sogno infranto

9 luglio 2016, 17 : 29 Stampa

Palingenesi su un sogno infranto

In una scena di Quel che resta del giorno, il maggiordomo Stevens, interpretato magistralmente da Anthony Hopkins, controlla con minuziosa precisione la distanza di piatti e posate avvalendosi di un decimetro. E così in tutte le cose, preoccupandosi soprattutto di compiacere il suo padrone e gestendo come meglio non si potrebbe l’intera conduzione domestica.  Intanto lord Darlington organizza autorevoli quanto fallimentari incontri politici che lo condurranno a una accusa di tradimento probabilmente immeritata ma confermata indirettamente da un tribunale. La scena si svolge in quella stessa Inghilterra che ora è costretta a lasciare l’unione europea, ma potrebbe ambientarsi a Bruxelles dove non sembra sia molto chiara la differenza di governo tra una semplice dimora nobiliare e un intero continente affollato da masse popolari stanziali e da altre in arrivo sempre più numerose. I conti pubblici dovranno pure essere messi in ordine, ma se ne derivasse il sacrificio della economia generale gli sforzi potrebbero rivelarsi non solo vani ma addirittura controproducenti. Continua ad essere eluso il nodo politico del problema, che consiste nel deficit di democrazia e nella volontà non dichiarata ma ferma di mantenere l’Europa lontana da una costruzione federale che implicherebbe la fine delle attuali sovranità nazionali.

Il ricorso allo strumento referendario si è rivelato una scelta infelice e perdente del premier britannico David Cameron, che non ha considerato l’enorme tasso di sfiducia diffuso tra le popolazioni, come appena un anno fa aveva dimostrato il referendum greco sulle condizioni imposte dagli altri governi. Tra quel pronunciamento e questo ultimo c’è una correlazione, secondo Joseph Stiglitz, premio Nobel 2001 per l’economia, il quale ha spiegato: «Il fatto è che l’eurozona non funziona: non ha portato prosperità né solidarietà. Significa che c’è meno fiducia nel progetto europeo globale e anche se il Regno Unito non fa più parte dell’eurozona la dominazione della Germania nell’eurozona e le difficoltà dell’Europa ad agire insieme hanno minato la fiducia nel progetto europeo».

Prima erano semplici timori, adesso tutti lo dicono dopo lo schiaffo della Brexit i cui effetti sugli umori popolari potranno portare a esiti devastanti. Lo denuncia Eugenio Scalfari: «Brexit è una bomba a orologeria: distrugge l’Inghilterra, mobilita i paesi fuori della moneta unica a rivendicare la propria indipendenza, mobilita i populismi dovunque, eccetto lo scontro americano tra i repubblicani di Trump e i democratici della Clinton. Peggio di così era difficile immaginare». Eppure i segnali c’erano tutti e nulla si è fatto per trarne indicazioni pratiche: l’Europa si è accanita nei confronti della Grecia e si è poi lasciata mortificare dalla Gran Bretagna accordandole ogni concessione per oscena che fosse pur di evitare l’inevitabile, che infatti è puntualmente piombato sul capo dei tanti emuli di quello Stevens di cui dicevamo all’inizio.

Il sogno degli Stati Uniti d’Europa potrebbe realizzarsi con una palingesi sulle rovine delle istituzioni attuali che hanno rivelato tutta la loro inadeguatezza. Ma nell’attesa, per stare a una semplificazione estremamente succinta, permangono le remore nazionalistiche a sottomettersi a una regolamentazione unitaria in campo fiscale e monetario e a una sola autorità in politica estera.

Due dei cinque seggi permanenti al consiglio di sicurezza dell’Onu sono occupati dal Regno Unito e dalla Francia: dell’Europa in quanto tale nessuna traccia. Posto che non c’è da attendersi alcuna rinuncia spontanea (di America, Russia e Cina neanche a parlarne), sarà almeno lecito chiedersi se un tale assetto sia compatibile con una entità federale europea. Gli altri dieci seggi a formazione elettiva costituiscono un corollario privo di incidenza in quanto i rappresentanti dei paesi che li occupano non possono opporre alcun veto. Ma, siccome qualcosa è sempre meglio di niente, l’Italia un seggio lo ha ottenuto anche se per un solo anno, avendo ceduto quello successivo all’Olanda.

Appaiono in tutta la loro cruda evidenza le difficoltà per avviarsi su un cammino autenticamente europeista; ma il loro superamento assumerebbe un rilievo epocale. Nell’aula di un senato traballante, la cui sopravvivenza è legata all’esile filo dell’incerto referendum d’autunno, Matteo Renzi si è posto su questa linea dichiarando che ciò che è avvenuto nel Regno Unito, se smettiamo di giocare sulla difensiva e consentiamo al nostro continente di giocare sulla ripartenza, può essere la più grande opportunità per l’Europa.  L’importante è crederci davvero: se così fosse, si potrebbe esultare per l’inveramento di una utopia.

Lillo S. Bruccoleri

Dal Mensile di luglio 2016

Nella foto: una scena del film Quel che resta del giorno di James Ivory (Usa, 1993)

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