Vittorio Storaro da Bertolucci a Woody Allen

4 settembre 2016, 22 : 57 Stampa

Vittorio Storaro da Bertolucci a Woody Allen

LOS ANGELES (dal nostro corrispondente). Come il piccolo Salvatore, protagonista di Cinema Paradiso, Vittorio, da bambino, rimane stregato dal fascino delle immagini proiettate sullo schermo, avvolto dal buio della sala cinematografica. Suo padre lavora come proiezionista per la Lux Film, casa di produzione cinematografica importante negli anni cinquanta. Un giorno porta a casa un ritaglio di pellicola e un proiettore, scartato dalla sua compagnia. La sera, in cortile, su una parete dipinta di bianco, il signor Storaro proietta delle scene di Luci della città di Chaplin. Il piccolo Vittorio rimane incantato e da allora sogna di entrare a far parte del fatato mondo del cinema. Spesso accompagna il padre in sala proiezioni e osserva le immagini in movimento attraverso uno spioncino di vetro, adoperato per controllare che esse siano a fuoco. Storaro si avvicina alla fotografia e la studia per cinque anni. Troppo giovane per entrare al centro sperimentale di cinematografia, negli anni 1956-58 si diploma assistente e cineoperatore del colore presso il Ciac. A questo punto, raggiunta la maggiore età, viene ammesso al centro sperimentale, dove nel 1960 completa il biennio specialistico in cinematografia. Nel suo esordio professionale, Vittorio viene influenzato soprattutto dallo stile visivo di Gianni Di Venanzo, che lavora in pellicole in bianco e nero di Michelangelo Antonioni, Franco Rosi e Federico Fellini. Nel 1963 viene introdotto a Bernardo Bertolucci, con il quale inizierà un fiorente sodalizio artistico (dal 1970 al 1993).

Ecco come tutto ha avuto inizio, secondo la testimonianza diretta di Vittorio: «Attraverso l’intercessione dell’operatore di macchina di Aldo Scavarda, feci l’assistente di riprese sul set di Prima della rivoluzione, il primo vero film di Bernardo Bertolucci. Nel 1968 Franco Rossi rimase colpito da un corto, Rapporto segreto, diretto da Camillo Bazzoni, di cui curai la fotografia. Mi chiamò a collaborare al film Giovinezza, Giovinezza, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Preti.  Quella fu la prima volta in cui mi sentii pienamente libero a livello espressivo. Al termine delle riprese, Bertolucci mi chiamò al telefono e mi disse che, dopo cinque anni difficili a livello personale, si sentiva pronto a ricominciare con me al suo fianco. Si trattava di Strategia del ragno, liberamente adattato da un racconto di Jorge Luis Borges. Fu una delle mie prime esperienze in un film a colori. Dal successivo Il conformista in poi, io e Bernardo abbiamo lavorato uno a fianco all’altro per oltre venti anni. Bertolucci mi ha dato l’imprinting creativo che mi porto dietro anche oggi. Il suo modo di fare cinema mediante simboli ha trovato terreno fertile nel mio analogo modo di usare luce e tenebre».

Il primo dei tre Oscar vinti da Storaro arriva però grazie alla collaborazione artistica con Francis Ford Coppola nel 1979. Apocalypse Now si ispira al romanzo breve di Joseph Conrad Cuore di tenebra (1899). La simbologia, associata a una cultura che si impone su un’altra, trova un perfetto corrispettivo visivo nel contrasto tra luce artificiale e luce naturale. Storaro è un uomo profondamente diverso al termine dell’inferno produttivo di quattro anni. Sente il bisogno di approfondire le teorie filosofiche intorno alla luce e, soprattutto, ai colori. Il secondo capitolo della sua ricerca estetica è meglio rappresentato dal film Reds, diretto da Warren Beatty (per il quale Vittorio riceve il suo secondo Oscar), ispirato all’esperienza del giornalista-autore John Reeds, che offre testimonianza sia della rivoluzione messicana capeggiata da Pancho Villa, sia della rivoluzione russa. Storaro corona la sua carriera nel 1987 con L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci: giunto a piena maturazione artistica, vince il suo terzo Oscar per l’innovativo uso dei colori a rappresentare le diverse fasi della vita dell’ultimo imperatore Quing della Cina. Vittorio Storaro, che attualmente lavora al fianco di Woody Allen, continua senza sosta la sua ricerca estetica, splendidamente condensata nel proprio volume Scrivere con la luce/colori/elementi (2010).

Valerio Viale

Dal Mensile di settembre 2016

Nella foto: Vittorio Storaro

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