La paura veste Prada

In questo lungo periodo di quarantena, tanti italiani di notte sono disturbati da una mente maleducata che produce incessanti pensieri, con un ritmo disordinato che non permette loro di prendere sonno. Daniel Lumera, autore di best seller, docente e formatore internazionale, durante una sua recente meditazione di massa paragona le menti indisciplinate ad un cane che quando è disobbediente abbaia di continuo in casa, sporcando ovunque con le proprie deiezioni. Siamo noi che abbiamo il compito di educare costantemente le nostre menti – spiega il fondatore della scuola dei codici – anche quando il sole tramonta e il cielo è buio, in quell’attimo in cui necessitiamo della quiete per potere spegnere i pensieri e addormentarci in un lungo sonno rigenerante.

Purtroppo le cause dell’insonnia di tanti connazionali sono proprio i tormenti e le preoccupazioni per il futuro che verrà. Tanti sono i punti interrogativi notturni. Come torneremo a riassettare l’economia? E, abbracciando una visione più individuale, come sbarcheremo il lunario quando il lockdown sarà terminato? I più fortunati, seguendo una visione più stereotipata, torneranno ai loro impieghi abituali dopo un periodo di cassa integrazione; i liberi professionisti, gli imprenditori, gli esercenti e tante altre categorie di soggetti autonomi si troveranno invece ad affrontare difficoltà maggiori. Senza parlare dei disoccupati o di coloro che in questi mesi il lavoro lo hanno perso.

Nel film Fight Club di David Fincher, che risale all’ultimo anno del secolo scorso, il protagonista Tyler Durden, impersonato da Brad Pitt, esprime in forma icastica un pensiero divenuto proverbiale: «La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene».

Se questo virus fosse un segnale tangibile del crollo del capitalismo? Senza scomodare teorie sui massimi sistemi, l’arrivo di Covid 19 sta segnando il crollo di una civiltà basata più sull’apparire che sull’essere e su un insieme di falsi valori, status symbol, must-have. Quando l’apparire viene a mancare, perché tanti non se lo potranno più permettere, cosa rimane? O la volontà e la forza di credere in se stessi per ricominciare da zero, eliminando tutto il superfluo, o un vuoto esistenziale che per alcuni significa l’incapacità di sradicarsi da una condotta di vita che non ha più «né uno scopo né un posto».

Non abbiamo vissuto la grande guerra e stiamo subendo la lezione del grande virus mondiale, privo dei fucili, delle bombe e delle mitragliatrici che uccisero milioni di persone, ma colmo di quella paura che ci è entrata come un colpo nell’anima. Ancora oggi siamo scettici, pietrificati, ammutoliti; non eravamo abituati: è successo tutto senza un preavviso. Solo nella prima metà di maggio potremo forse scorgere uno spiraglio di luce se potremo muoverci più liberamente, ma anche ritrovare una grande carica per ripartire con nuovi progetti e idee. E quindi, prendendo la storia come esempio, rammentiamoci dei nostri genitori o dei nostri nonni, che nel periodo postbellico hanno risollevato una nazione da zero ponendo le premesse per il successivo boom economico.

La nostra grande depressione si deve trasformare in una grande sfida. Sbarazziamoci dei pensieri notturni, formiamo le nostre menti rendendole educate, riempiamole di autostima e ingraniamo la prima marcia oppure camminiamo a piedi su salite, discese o percorsi in piano: è indifferente. Stiamo radicati credendo in noi stessi e se troveremo delle pietre ci chineremo a spostarle anche senza indossare le sneaker di Prada.

Mara Valsania

Nella foto: Brad Pitt nei panni di Tyler Durden

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