Welfare state e società del malessere

La «deregulation» reaganiana prima, la globalizzazione e il neoliberismo selvaggio poi e, infine, la grande crisi economica ancora in atto non solo hanno dirottato verso il capitale e ridotto drasticamente le risorse destinate al «welfare state» tradizionalmente inteso, ma hanno anche disvelato in pieno i meccanismi che subordinano le fondamentali esigenze dell’uomo alle logiche della produzione, del consumo e del profitto senza regole. Non possiamo così evitare, oggi, una più approfondita riflessione che riguarda il funzionamento del «mercato del lavoro» e la funzione ancillare dell’attuale welfare alle sue logiche. In base a queste logiche si opera una inflessibile selezione attraverso drastici meccanismi di esclusione e/o  di espulsione dal sistema che privilegiano la rispondenza alle esigenze della produzione e penalizzano gravemente lo sviluppo delle persone. In ciò non c’è soluzione di continuo fra le varie categorie, a cominciare dai cosiddetti «normali» rispetto agli «svantaggiati», nelle condizioni di accesso alle varie tipologie del lavoro e per la realizzazione di un vero welfare per tutti. Non solo manca il lavoro, ma il più delle volte manca la possibilità di compiere scelte compatibili con le proprie attitudini e con le proprie  capacità e si è costretti in ambiti che negano l’autorealizzazione e spesso mortificano la dignità stessa della persona. Si tratta di meccanismi strutturali del sistema particolarmente drammatici che compromettono gravemente la qualità della vita delle persone. La cosiddetta «flessibilità», la mobilità del lavoro, da tutti purtroppo accettate in nome della «competitività» e di un asserito superamento delle ideologie, sono certamente funzionali a quelle logiche, mentre sono rovinose per una serena visione del futuro. I risultati di queste politiche si misurano, oltre che con l’allargamento  delle fasce di povertà e delle disuguaglianze sociali, nella preoccupante estensione di fenomeni quali la disoccupazione giovanile e il precariato, ormai preminente nei rapporti di lavoro, causa di malessere e di un diffuso disagio sociale che si concreta in molti casi nelle forme di un vero e proprio disagio psichico. Questo fenomeno, che esprime in maniera evidente il fallimento delle attuali politiche del lavoro e del welfare, non è marginale, ma coinvolge ormai larghe masse di popolazione e rappresenta un problema centrale della nostra società. Precarietà, instabilità nel lavoro e nella vita, povertà, malessere e  disagio psichico sono processi sinergici che cospirano fra di loro e producono forme sempre più gravi ed estese di esclusione e di impoverimento dell’individuo e della società nel suo insieme. Quella che una volta qualcuno aveva chiamato la «società del benessere» può ben a ragione essere definita oggi la «società del malessere». Un malessere preoccupante e diffuso che va affrontato alle sue radici sociali.

Si tratta di temi  del tutto assenti dai programmi elettorali e dal dibattito politico attuale centrato su mere questioni di potere, su interessi corporativi e personali, sul conteggio dei seggi perduti o acquistati in eventuali competizioni elettorali.

Diventa  sempre più urgente invece realizzare un movimento culturale e politico che metta  in moto processi innovativi operando una possibile sintesi critica delle esperienze positive e negative del secolo passato, degli scenari attuali e, in particolare, della grande crisi in atto che mostra chiaramente i limiti di un sistema. Se vogliamo continuare a sperare che le grandi possibilità offerte dall’enorme  «progresso» tecnologico dell’ultimo secolo esaltino la crescita culturale e spirituale dell’uomo, favoriscano il suo benessere fisico e psichico quali beni supremi dell’umanità tutta e cessino di essere strumento di abbrutimento e di asservimento delle masse non  possiamo sottrarci alla  necessità di cambiare radicalmente le prospettive politiche passando da un dibattito sterile che non si spinge oltre la superficie di una effimera attualità alla formulazione e alla realizzazione di progetti politici in grado di incidere veramente sulla realtà e di ricondurre l’umanità ad una dimensione esistenziale che esalti tutte le sue più nobili potenzialità.

Anche se le crescenti tensioni e una più matura e diffusa consapevolezza dei problemi di fondo sembrano aprire i primi spiragli di luce nel buio della crisi, non si intravedono ancora  i lineamenti di un movimento che necessariamente dovrà  travalicare i confini nazionali e svilupparsi in una dimensione di globalità.,

Sarà tuttavia importante esserci da subito.

Girolamo Digilio

Nella foto: Franklin Delano Roosevelt. Con il New Deal ha rilanciato lo Stato sociale

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